
Sulla morale dell’uomo nel tempo della mediocrità
Viviamo nell’epoca dell’indulgenza verso il basso. Tutto è comprensibile, tutto è giustificabile, tutto è “umano”. Ma l’eccesso di comprensione ha prodotto una generazione che confonde la fragilità con l’alibi e la libertà con l’assenza di disciplina.
Non è la cattiveria il vero problema del nostro tempo. È la mediocrità.
La morale dell’uomo contemporaneo non è più orientata verso l’alto, ma verso il minimo indispensabile. Non chiedersi “quanto posso diventare?”, ma “quanto basta per non essere criticato?”. È una deriva silenziosa, elegante, quasi educata. Ed è per questo che è pericolosa.
L’essere umano non è stato progettato per la stagnazione. Ogni civiltà che ha prodotto bellezza, giustizia e progresso ha avuto un principio fondante: l’eccellenza come dovere, non come privilegio.
Il punto non è creare un’aristocrazia sociale. Il punto è recuperare un’aristocrazia dello spirito.
Non significa dominare. Significa pretendere da sé stessi rigore, studio, disciplina, responsabilità. Significa considerare l’ignoranza una mancanza da colmare, non un’identità da difendere. Significa rifiutare l’accidia come stile di vita.
Il cosiddetto “buonismo” – quell’atteggiamento che tutto accoglie e nulla corregge – ha anestetizzato la volontà collettiva. La vera compassione non è dire “va bene così”. È dire “puoi fare di più”.
Ogni uomo ha il diritto di essere rispettato. Ma ogni uomo ha anche il dovere di migliorarsi.
La società contemporanea ha separato questi due principi, enfatizzando il diritto e silenziando il dovere. È una scissione che produce fragilità strutturale: individui iper-sensibili e poco allenati alla fatica morale.
La leadership – in politica, nell’impresa, nelle istituzioni – non può ridursi a consenso permanente. Guidare significa assumersi il rischio dell’impopolarità. Significa dire no quando serve, tracciare un sentiero anche quando è scomodo.
Le persone vanno ascoltate con attenzione, ma guidate con chiarezza.
Il potere, in sé, non è il problema. Il potere è uno strumento. Diventa distruttivo quando è fine a sé stesso, diventa generativo quando è orientato al bene comune. Senza potere non si cambia nulla. Senza etica del potere si distrugge tutto.
L’economia stessa non è neutra. Ogni scelta produttiva, finanziaria o politica è una scelta morale. Il profitto non è un male; è una misura. Ma se non è ancorato a una visione collettiva, diventa predazione.
Serve un passaggio dall’egocentrismo all’ecosistema.
Non in senso retorico, ma strutturale: riconoscere che ogni azione individuale produce conseguenze sistemiche. L’uomo non è un’isola sovrana, ma un nodo in una rete complessa. La morale del futuro sarà inevitabilmente ecosistemica o non sarà.
Infine, c’è la questione della bellezza.
La bellezza non è lusso. È pedagogia. È ciò che ricorda all’uomo che può aspirare a qualcosa di più alto rispetto alla pura funzionalità. Le società che rinunciano alla bellezza finiscono per rinunciare anche all’elevazione morale.
Non si tratta di tornare indietro. Si tratta di tornare in alto.
Il tempo dell’uomo “comune” non è finito perché sia disprezzabile. È finito perché non è sufficiente. Il mondo che abbiamo costruito è troppo complesso per essere governato dall’approssimazione.
Abbiamo bisogno di persone competenti e rette. Non perfette, ma esigenti con sé stesse.
La domanda non è “chi è perfetto?”.
La domanda laica, più urgente, è: “quanto posso avvicinarmi alla mia migliore versione?”.
Non per orgoglio.
Per responsabilità.
