Città più fresche, più belle, più vive: contrastare le isole di calore per rigenerare la vita urbana

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Il caldo invisibile che soffoca le nostre città non è solo una questione di gradi in più sul termometro.

È la voce muta delle strade vuote nelle ore centrali del giorno, dei marciapiedi che diventano impraticabili, dei muri che si trasformano in lastre incandescenti. È un caldo che non si vede ma si sente, che non fa rumore ma cambia il modo in cui viviamo. L’isola di calore urbana è la manifestazione più evidente di un’urbanizzazione che ha smarrito la misura umana, che ha dimenticato il suo compito di proteggere e migliorare la vita delle persone.

Non è solo un fenomeno climatico, è il sintomo di città che consumano troppo, respirano poco, riflettono male la luce e il calore, perdendo la capacità di essere spazi per le persone.

È un problema ambientale, certo, ma anche sociale, economico e culturale.

Perché una città troppo calda è una città che esclude i fragili, che spinge le persone al chiuso, che consuma energia per raffreddare ciò che essa stessa ha surriscaldato.

E allora contrastare le isole di calore non significa soltanto abbassare qualche grado, ma ripensare radicalmente il nostro modo di costruire e vivere gli spazi urbani, restituendo loro la funzione primaria di luoghi di vita e di relazione.

Rigenerare il clima urbano: una visione integrata

Rigenerare il clima urbano non può essere un’operazione tecnica fine a sé stessa. La sfida vera non è solo abbassare le temperature dei nostri quartieri, ma restituire senso e qualità agli spazi che abitiamo.

In questo anno e mezzo -in cui ricopro il ruolo di Direttore Generale di Ingegneria Emiliana srl SB- ho maturato e approfondito una visione, che già mi apparteneva-della città come organismo vivente, un ecosistema fatto non solo di edifici e strade, ma soprattutto di relazioni, di flussi vitali tra persone, natura e architettura.

Le città non sono il risultato di un piano regolatore o di un progetto edilizio: sono il riflesso dei valori e delle priorità di chi le costruisce e le vive.

Il caldo eccessivo, l’aria stagnante, le superfici che restituiscono solo calore e nessuna ombra sono il segno di un’urbanizzazione che ha smarrito la misura umana, che ha dimenticato che il fine ultimo dello spazio urbano è il benessere collettivo.

Non basta piantare qualche albero in modo casuale o verniciare i tetti di bianco come soluzione tampone. Serve un cambio di paradigma: dobbiamo costruire una urbanistica del “bello funzionale”, dove estetica e utilità non siano in contrasto, ma si rafforzino a vicenda.

Una piazza fresca e ombreggiata non deve essere solo più confortevole, ma anche più bella, più vissuta, più accogliente. Un marciapiede alberato non è solo una barriera contro il calore, ma diventa uno spazio di incontro e relazione. Un edificio che riflette il sole non è solo efficiente, ma può essere anche un elemento che arricchisce il paesaggio urbano.

È questo intreccio di benessere climatico, qualità architettonica e vitalità sociale che rende le soluzioni contro le isole di calore parte di una rigenerazione più ampia e profonda.

Dobbiamo superare l’approccio frammentato e settoriale che guarda solo alla mitigazione ambientale o all’efficienza energetica.

La città deve diventare un ecosistema integrato, resiliente e inclusivo, dove la lotta al caldo urbano è solo uno degli elementi di un progetto più grande: quello di città capaci di dare qualità alla vita quotidiana, di promuovere la salute pubblica, di stimolare relazioni umane autentiche, di educare alla cura del bene comune.

Questa visione si traduce in scelte concrete: non più spazi chiusi e rigidi, ma ambienti flessibili e reversibili; non più barriere tra natura e architettura, ma una compenetrazione armoniosa; non più edifici isolati, ma quartieri interconnessi e multifunzionali.

Significa immaginare una città che sappia reinventare sé stessa, che consideri ogni luogo — un cortile scolastico, un parcheggio abbandonato, una piazza anonima — come una possibile opportunità di bellezza e benessere condiviso.

Solo così la rigenerazione urbana smette di essere un insieme di opere puntuali e diventa un processo culturale e sociale. Solo così il contrasto alle isole di calore può diventare l’occasione per ridare senso e qualità al nostro abitare collettivo.

Le soluzioni consolidate (ma non sufficienti)

Negli ultimi anni, urbanisti, architetti e amministrazioni locali hanno sperimentato e applicato una serie di soluzioni efficaci per contenere l’effetto isola di calore. Sono interventi importanti, che segnano un primo passo verso città più vivibili, ma che troppo spesso restano iniziative isolate, incapaci di trasformare in profondità il volto dei nostri quartieri. Funzionano sul piano tecnico, ma faticano a generare quel cambiamento culturale e sociale che può rendere una città non solo più fresca, ma anche più giusta e bella.

Prendiamo le alberature urbane, ad esempio. Piantare alberi lungo i viali e nei parchi è forse la soluzione più semplice e naturale: gli alberi ombreggiano le superfici, assorbono CO₂, mitigano il calore e offrono rifugio alla biodiversità urbana. Ma spesso si riduce tutto a qualche piantumazione sporadica, mal pianificata, che fatica a integrarsi con il disegno complessivo dello spazio urbano e a garantire una gestione sostenibile nel tempo.

Piantare un albero in città non è un gesto tecnico, è un atto di cura verso la collettività, che richiede visione, manutenzione e coinvolgimento dei cittadini. Un filare alberato lungo una strada può trasformare un asse viario rumoroso e invivibile in un boulevard percorribile a piedi, restituendo qualità alla mobilità e alla vita di quartiere. Ma per farlo serve un progetto che tenga insieme verde, mobilità dolce, spazi pubblici e funzioni urbane.

Lo stesso vale per i tetti e le pareti verdi. I tetti verdi, capaci di abbattere la temperatura delle coperture e di migliorare l’isolamento degli edifici, sono ormai una realtà consolidata in molte città europee. Ma in Italia restano ancora troppo spesso relegati a interventi di nicchia, su edifici pubblici o progetti pilota, senza un’integrazione diffusa nel tessuto edilizio esistente.

Eppure, immaginare interi isolati che trasformano le proprie coperture in giardini sospesi significa riconnettere natura e architettura, offrendo nuovi spazi di socialità e benessere ai cittadini. Non è solo efficienza energetica: è creare habitat vivi nel cuore del cemento.

Un altro esempio riguarda le pavimentazioni chiare e drenanti. Cambiare il colore e la permeabilità dei materiali con cui costruiamo strade e piazze ha un impatto diretto sulla temperatura delle superfici e sulla gestione delle acque meteoriche. Le pavimentazioni tradizionali, scure e impermeabili, trattengono calore e creano allagamenti durante i temporali estivi.

Sperimentare materiali più chiari, capaci di riflettere la radiazione solare, e superfici drenanti che restituiscono all’acqua il suo ciclo naturale, significa ridurre il calore urbano e prevenire il rischio idrogeologico.

Non basta -però- sostituire qualche lastricato: serve ripensare il disegno stesso dello spazio pubblico, affinché diventi luogo di relazione e non semplice attraversamento.

Le superfici riflettenti e i materiali isolanti, infine, hanno trovato applicazione in alcuni progetti edilizi contemporanei, riducendo il surriscaldamento degli edifici e migliorandone l’efficienza termica. Tetti bianchi, intonaci riflettenti, vetri basso emissivi sono oggi soluzioni tecnologiche alla portata di molti cantieri.

Anche qui, il rischio è di considerarle semplici “pezze” applicate a edifici progettati male, senza un ripensamento profondo del loro rapporto con lo spazio urbano circostante

E poi ci sono gli ombreggiamenti urbani, naturali o artificiali. Pensiamo alle pergole vegetali, alle tensostrutture leggere, ai portici storici italiani: soluzioni semplici che offrono frescura e protezione senza chiudere lo spazio. Eppure, troppe piazze e vie pedonali restano ancora prive di ombra nelle ore più calde, diventando deserti urbani in piena estate.

Questi interventi, presi singolarmente, sono tutti utili e necessari. Ma da soli non bastano a cambiare il paradigma urbano, perché rischiano di essere trattati come meri accorgimenti tecnici, scollegati da una visione più ampia di città come luogo di benessere, di incontro, di bellezza condivisa.

Il vero salto culturale non sta nell’applicare soluzioni tecniche una ad una, ma nel costruire un progetto integrato, capace di mettere in relazione il microclima urbano con la qualità dello spazio pubblico, la vivibilità dei quartieri e il senso di comunità.

Solo così la lotta all’isola di calore diventa il primo passo di una rigenerazione urbana che non si limita a correggere il passato, ma a progettare un futuro migliore.

Le innovazioni che servono alle nostre città

Dopo anni in cui abbiamo affrontato i problemi urbani con soluzioni parziali e settoriali, oggi abbiamo finalmente la possibilità – e la responsabilità – di immaginare città che integrano natura, tecnologia e relazione umana in un unico disegno armonico. Le innovazioni disponibili non sono più semplici “aggiustamenti” tecnici, ma strumenti di una nuova urbanistica che rimette al centro la qualità della vita quotidiana.

Non basta ridurre i gradi centigradi: occorre rendere i nostri quartieri più vivibili, più belli e più resilienti, capaci di affrontare le sfide ambientali senza perdere umanità e senso di comunità.

Innovare significa guardare oltre l’efficienza tecnica e disegnare spazi che abbiano un’anima, che parlino ai cittadini e li invitino a vivere meglio i luoghi che abitano. Significa costruire una città che non oppone natura e architettura, ma le fa dialogare in modo creativo; una città che trasforma la tecnologia in uno strumento al servizio del benessere collettivo e non in una semplice soluzione a problemi di emergenza.

Partiamo da alcune soluzioni concrete che ci indicano la strada.

Architettura biofilica e materiali intelligenti

Alcune delle innovazioni più interessanti nascono proprio dall’incontro tra architettura e natura. Pensiamo alle tende da sole biofiliche, come quelle recentemente sperimentate in alcune città europee e in fase di studio in Italia: leggere strutture tessili ricoperte da piante rampicanti, che non solo ombreggiano le strade e le piazze ma trasformano lo spazio pubblico in un giardino sospeso.

Un elemento mobile e adattabile che, durante l’estate, riduce il calore e regala bellezza ai luoghi, e in inverno può essere rimosso o rimodulato lasciando spazio alla luce naturale. È un esempio perfetto di come funzione ed estetica possano convivere.

Allo stesso modo, rivestimenti fotocatalitici e riflettenti – oggi sperimentati in molte città grazie anche ai progetti ENEA – consentono di abbattere il calore e ridurre l’inquinamento atmosferico, trasformando pareti e superfici urbane in filtri attivi per l’aria che respiriamo.

Oppure i materiali termoregolanti, che non si limitano a isolare gli edifici ma dialogano con il microclima urbano, contribuendo a un equilibrio termico più stabile.

Sono soluzioni che trasformano ogni elemento architettonico, anche il più tecnico, in parte integrante del benessere urbano.

Rigenerazione degli spazi vuoti

Ma il cuore della trasformazione urbana passa anche dalla rigenerazione del vuoto, non solo dal riempimento del pieno. Troppe città hanno lasciato crescere zone dismesse, cortili abbandonati, parcheggi sterili che contribuiscono solo a riflettere calore e a rendere inospitali i quartieri.

Recuperare questi spazi significa immaginarli come isole verdi multifunzionali, non solo come aiuole decorative. Significa progettare aree che possano ospitare mercati di quartiere al mattino, eventi culturali al pomeriggio e semplici spazi di relax alla sera, cambiando volto e funzione a seconda delle stagioni e dei bisogni.

Piazza d’Armi a Torino o i recenti progetti di Milano e Bologna sono esempi di come spazi dimenticati possano tornare luoghi vivi, trasformandosi in microclimi urbani positivi.

Non servono solo grandi parchi centralizzati –sempre più difficili da realizzare– ma una rete diffusa di micro-interventi di quartiere, capaci di migliorare il benessere climatico e sociale dove serve:

  • piccole piazze che d’estate diventano giardini temporanei,
  • parcheggi trasformati in pergolati verdi ombreggianti,
  • cortili scolastici aperti al quartiere nelle ore serali e nei weekend.
Superare l’edificio monofunzione

Un’altra frontiera chiave è superare il concetto tradizionale di edificio isolato e rigido. Gli edifici progettati per una sola funzione e chiusi in sé stessi sono barriere che impediscono alla città di respirare e vivere con fluidità.

Dobbiamo favorire spazi reversibili e multifunzionali, capaci di adattarsi ai diversi momenti della giornata e dell’anno, di facilitare la ventilazione naturale, di generare vita urbana continua.

L’edificio non è più un oggetto statico, ma un elemento dinamico del paesaggio urbano, che si apre e si chiude, che cambia pelle e funzione.

Così l’architettura e l’urbanistica tornano ad essere vive, flessibili, accoglienti, non più monoliti inerti.

Soluzioni sociali e culturali

Ma nessuna tecnologia, per quanto innovativa, può funzionare senza il coinvolgimento delle persone. La gestione degli spazi verdi, la cura dei microclimi urbani, la protezione delle nuove aree rigenerate non possono essere affidate solo ai Comuni o agli operatori privati.

Serve una cultura civica condivisa, che trasformi i cittadini da spettatori passivi a protagonisti attivi del cambiamento. Scuole, associazioni, comitati di quartiere devono essere coinvolti nella cura dei nuovi spazi urbani; imprese e amministrazioni devono collaborare in una governance trasparente e partecipativa.

Solo così il cambiamento sarà radicato nel tessuto sociale e non sarà un intervento effimero.

Queste innovazioni, prese insieme, tracciano un modello possibile di città capace di affrontare l’isola di calore urbana non come un’emergenza tecnica, ma come un’occasione di rigenerazione più profonda.

Tornando al punto di partenza, non si tratta solo di abbassare la temperatura delle strade, ma di trasformare radicalmente il modo in cui costruiamo, viviamo e percepiamo le nostre città.

Ogni pergola verde, ogni tenda biofilica, ogni cortile rigenerato è un piccolo tassello di un ecosistema urbano più sano e più giusto.

Un ecosistema dove il benessere climatico e la qualità urbana non sono più due mondi separati, ma due facce dello stesso progetto: quello di città che tornano ad essere luoghi di vita, di incontro, di bellezza condivisa.

Un percorso possibile: progetto di città fresca e vivibile

La strada da percorrere, quindi, non è utopia, ma un percorso concreto, scandito da passaggi chiari, che ogni amministrazione locale, ogni impresa del settore, ogni comunità urbana può adottare, adattandola alle proprie caratteristiche e capacità. Un processo che richiede visione, ma anche pragmatismo operativo.

Fase 1: Mappare per conoscere

Ogni intervento efficace parte da una conoscenza precisa dei problemi.

Non tutte le aree urbane soffrono allo stesso modo: alcuni quartieri sono vere e proprie trappole termiche, altri hanno già un buon equilibrio microclimatico.

Serve quindi una mappatura dettagliata del microclima urbano, utilizzando strumenti digitali (modelli climatici, rilievi termografici, sensori ambientali) e integrando queste analisi con la percezione dei cittadini e dei lavoratori che vivono quotidianamente quegli spazi.

Questa fase consente di identificare le priorità di intervento, evitando sprechi e concentrando risorse dove l’effetto isola di calore è più grave o più dannoso per la qualità della vita.

Fase 2: Intervenire subito con azioni rapide e visibili

Non serve aspettare grandi piani urbanistici per iniziare a migliorare le città. Alcune soluzioni possono essere realizzate rapidamente e con costi contenuti, portando benefici immediati:

  • Installazione di tende verdi biofiliche nelle piazze e nelle vie pedonali più esposte;
  • Creazione di zone d’ombra temporanee (pergole leggere, strutture tessili, aree gioco ombreggiate);
  • Piantumazione rapida di alberi e arbusti in vaso o in terra, laddove possibile;
  • Applicazione di vernici riflettenti sulle superfici più esposte.

Sono interventi a basso impatto burocratico, economicamente sostenibili e altamente percepibili dai cittadini, che iniziano a vedere e sentire un cambiamento reale nel proprio quartiere.

Fase 3: Rigenerare in profondità con interventi strutturali

Mentre le azioni rapide producono effetti immediati, in parallelo va costruita una rigenerazione più profonda e strutturale:

Riqualificazione delle piazze, dei cortili, dei parcheggi: trasformandoli da superfici inerti a spazi multifunzionali e permeabili;

Sostituzione dei materiali di pavimentazione con soluzioni drenanti e riflettenti;

Integrazione di tetti e pareti verdi sugli edifici pubblici e privati, soprattutto scuole, centri sportivi, palestre di quartiere.

Questi interventi richiedono più tempo e risorse, ma costruiscono un microclima urbano stabile e duraturo, migliorando il benessere collettivo in modo permanente.

Fase 4: Coinvolgere e gestire in modo condiviso

Le soluzioni tecniche funzionano se c’è una governance capace di gestirle nel tempo.

La cura degli alberi, la manutenzione dei tendaggi verdi, la pulizia e il controllo degli spazi rigenerati devono essere affidati a reti di collaborazione tra pubblico, privato e cittadini.

  • Le amministrazioni comunali devono coordinare e facilitare;
  • Le imprese (dal settore edile a quello energetico) possono supportare e sponsorizzare;
  • I cittadini, le scuole e le associazioni possono prendersi cura quotidiana degli spazi, trasformandoli in beni comuni.

La gestione partecipata garantisce sostenibilità economica e sociale, evitando che i progetti si deteriorino nel tempo o vengano abbandonati.

Fase 5: Monitorare e migliorare nel tempo

Nessun progetto è perfetto fin dall’inizio. Serve un monitoraggio continuo dei risultati, per verificare l’efficacia degli interventi e correggere eventuali criticità:

  • Sensori ambientali per misurare temperatura, umidità, qualità dell’aria;
  • Sondaggi di gradimento e benessere percepito tra i cittadini;
  • Report pubblici e trasparenti sui benefici climatici, energetici ed economici degli interventi.

Questa fase permette di trasformare il progetto in un processo dinamico e adattivo, che evolve nel tempo insieme alla città e ai suoi abitanti.

Una strada concreta, non un sogno astratto

Queste cinque fasi costituiscono un percorso tecnicamente solido, economicamente sostenibile e socialmente inclusivo.

Non richiedono miracoli tecnologici né finanziamenti impossibili: richiedono piuttosto visione, coerenza e collaborazione tra gli attori urbani.

Ogni Comune può iniziare, ogni quartiere può trasformarsi, ogni cittadino può partecipare.

È tempo di smettere di rincorrere emergenze estive con soluzioni tampone e di costruire, invece, città capaci di prendersi cura del proprio clima urbano, della salute dei cittadini e della bellezza degli spazi pubblici.

La bellezza che raffredda e fa vivere meglio

In fondo, la lotta contro le isole di calore urbane è solo un frammento di una battaglia più ampia e decisiva: quella tra due modi di stare al mondo. Da una parte l’Homo Ego-centrico, che ha costruito città pensando solo alla propria utilità immediata, che ha consumato suolo e risorse senza preoccuparsi delle conseguenze, che ha trattato la natura come un fastidio da dominare e l’ambiente urbano come una macchina da sfruttare.

Dall’altra parte l’Homo ECO-centrico, che riconosce di essere parte di un ecosistema più grande, che costruisce pensando al benessere collettivo e non solo individuale, che vede nella città non un contenitore di attività economiche, ma un organismo vivente da curare e rigenerare giorno dopo giorno.

Questa contrapposizione, che può sembrare filosofica o astratta, si manifesta ogni giorno nei dettagli più concreti: nella scelta dei materiali con cui pavimentiamo una piazza, nel decidere se lasciare un cortile abbandonato o trasformarlo in un giardino, nel modo in cui gestiamo l’acqua piovana o l’ombra di un viale alberato. Ogni decisione urbanistica è anche una scelta di specie, è un atto che definisce quale umanità vogliamo costruire.

Le città del futuro — se vogliamo che abbiano un futuro — dovranno essere il risultato di questa nuova coscienza ecocentrica. Dovranno essere spazi in cui il benessere climatico, la bellezza urbana e la giustizia sociale non siano più compartimenti stagni, ma elementi di un unico progetto di vita buona.

L’ombra di un albero, la frescura di una piazza biofilica, la brezza che attraversa un quartiere rigenerato non sono solo soluzioni climatiche. Sono atti culturali, politici e sociali. Sono il segno di una città che sceglie di prendersi cura di sé stessa e di chi la abita.

Perché una città fresca non è solo una città più efficiente: è una città più giusta, più accogliente, più umana. È una città che non lascia nessuno fuori, che non esclude i fragili, che crea spazi di incontro e di relazione anche nei giorni più caldi.

E allora sì, combattere le isole di calore significa molto di più che abbassare qualche grado.

Significa costruire comunità capaci di vivere insieme, di generare bellezza funzionale e di prendersi cura del futuro.

È questa la città che vogliamo abitare: non una città contro la natura, ma una città con la natura. Non una città ostile, ma una città ospitale.

Una città che non si limita a sopravvivere al caldo, ma che sa trasformare il calore in occasione di incontro e rinascita.

Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

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