
Viviamo in un’epoca in cui il tempo sembra collassare sul presente.
La logica dell’“adesso”, dell’effimero e dell’apparenza domina il nostro modo di produrre, comunicare e persino di pensare.
La politica rincorre i sondaggi, l’economia insegue la rendita, le persone si sentono sempre più sole anche quando sono iperconnesse.
Non è – però – solo un problema di modelli economici o istituzionali: è una crisi di senso, di visione, antropologica.
Al cuore di questa trasformazione c’è uno scontro di specie silenzioso ma radicale: quello tra l’homo ego-centrico e l’homo ECO-centrico.
Il primo è l’uomo-consumatore: autoreferenziale, spinto dal bisogno costante di conferme, orientato all’accumulo più che alla creazione.
È un individuo che misura il valore in base all’utilità immediata e fatica a riconoscersi parte di un sistema più grande.
L’homo egocentrico è il protagonista di una società che ha smarrito il legame tra libertà e responsabilità, tra diritti e doveri.
L’altro, l’homo ecocentrico, è ancora in minoranza ma in crescita.
È colui che vede se stesso come nodo di una rete, non come centro del mondo.
È la persona che cerca nel lavoro un senso più profondo, che agisce pensando all’impatto, che riconosce nell’ambiente, nella comunità, nella cultura, elementi inscindibili dal proprio benessere.
È un cittadino, non solo un consumatore.
Questa distinzione non è solo teorica; sta già plasmando il nostro futuro.
Le imprese, ad esempio, stanno cambiando pelle.
Le più avanzate non si limitano più a produrre beni o servizi, ma cercano di costruire valore condiviso. Nascono esperienze che uniscono etica e innovazione, cura del territorio e competitività, bellezza e tecnologia.
È la lezione – ancora attualissima – di Adriano Olivetti, che concepiva l’impresa come luogo di cultura, educazione e cittadinanza. O quella, più recente, di Sergio Marchionne, che ci ha ricordato che la responsabilità precede il successo, che il dovere non è un freno, ma una leva per trasformare.
Questa transizione richiede anche un nuovo sguardo da parte delle istituzioni.
Non si tratta solo di gestire, ma di orientare.
Non basta distribuire incentivi: serve una visione che riconosca i settori strategici, che premi chi innova e assume, che metta in relazione scuola, impresa e territorio.
Non si può più pensare il mercato come un fine, ma come un mezzo per costruire un’economia che generi valore, non solo profitto.
In fondo, la sfida è culturale: è il passaggio dall’“io” al “NOI”.
Non per negare l’individuo, ma per riscoprirne il ruolo dentro una trama di legami e responsabilità.
Non si tratta di ideologia.
È, al contrario, una visione laica e pragmatica. Una visione che parte dalla realtà produttiva del Paese, dalle fragilità che attraversano le periferie, dai bisogni delle imprese e delle persone che non cercano assistenza, ma dignità.
Rimettere al centro il valore – non solo economico, ma umano, sociale, culturale – significa progettare il tempo che verrà.
Significa costruire un futuro dove l’impresa non è sfruttamento, ma trasformazione; dove il lavoro non è una fatica sterile, ma un’occasione di crescita; dove la politica non è calcolo, ma visione.
E soprattutto, dove ognuno di noi è chiamato a scegliere: tra essere centro del mondo o parte del mondo.
Tra restare chiuso nel proprio perimetro, oppure allargare lo sguardo e contribuire a qualcosa di più grande. Il futuro – come sempre – si costruisce con le scelte di oggi.