About me – Autoritratto imperfetto (e va bene così)

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Mi chiamo Lapo.

E già qui potremmo aprire un dibattito: nome antico o radical chic? Dipende da come lo guardi.

C’è chi ci sente l’eco di un passato fiorentino un po’ aristocratico, chi lo associa ai cliché dei radical chic col maglioncino sulle spalle, chi semplicemente ci vede un nome strano e ti chiede se è il diminutivo di qualcosa.

In realtà è solo il mio nome, e come tutto il resto della mia vita, sta un po’ a metà tra il classico e il fuori dagli schemi.

Classe 1982, nato a Fiesole, cresciuto tra la politica dei salotti buoni e il fango dei campetti da calcio di periferia, luogo che mi ha insegnato e forgiato molto più dei salotti fiorentini. Perché la verità è che la forma educa, ma è la sostanza che ti salva. E la sostanza, da ragazzino, la trovi dove si corre sotto la pioggia e dove la sconfitta brucia più della ghiaia sulle ginocchia.

Sono nato in un contesto che avrebbe potuto indirizzarmi verso il “parlare bene”, ma ho sempre preferito il “fare bene”. Ho studiato, ho viaggiato, ho fallito, ho ricominciato. Ho attraversato salotti e cantieri, consigli di amministrazione e spogliatoi di calcio. E oggi, a quasi metà strada tra giovinezza e maturità (forse più vicino alla seconda, ma chi conta davvero?), provo a tenere insieme tutto questo: la testa tra i sogni e i piedi ben piantati nel lavoro concreto.

Ormai ho fatto pace con il fatto che la mia vita sarà sempre un equilibrio precario tra sogno e realtà, tra slancio visionario e stanchezza del lunedì mattina.

Sono un imprenditore e un manager, sì.

Ma anche -e soprattutto- un uomo che ha sbagliato tanto, che ha perso, che si è rialzato, e che ha scelto ogni volta –faticosamente– di rimettersi in cammino.

Non ho mai cercato il successo scintillante delle copertine: preferisco le mani sporche del lavoro ben fatto, il sorriso stanco di chi torna a casa sapendo di aver costruito qualcosa che resta.

Non sono (più) quello che, da piccolo, voleva diventare Edward Lewis -il manager rampante di Pretty woman- e vestire come Gordon Gekko.

Piuttosto, oggi, mi riconosco nei silenzi di Marchionne e nei sogni sociali di Olivetti.

Persone diverse, ma uguali nella sostanza: il fare prima del dire, il costruire prima del raccontare. Due modelli che ho tatuati sulla pelle e che ispirano la mia visione e il mio fare quotidiano, perché alcuni incontri ti segnano l’anima, altri ti restano addosso. Io ho scelto di portarli entrambi.

Cosa faccio (e cosa non faccio più)

Oggi sono Direttore Generale di Ingegneria Emiliana srl SB, un incarico che ricopro da poco più di un anno e che sento profondamente mio. È un lavoro che mi permette di essere me stesso, senza maschere, e che dà forza e sostanza all’impronta che voglio lasciare: per le persone e per la comunità.

Continuo a fare consulenza alle imprese, soprattutto piccole e medie, perché credo che lì, nelle periferie industriali del nostro Paese, batta ancora il cuore più autentico del fare impresa.

Non mi accontento di vendere prodotti o servizi: voglio costruire valore vero, comunità che crescono insieme.

Non sono più il super-manager in giacca e cravatta che guarda i grafici senza conoscere le persone dietro ai numeri. Quel Lapo lì l’ho lasciato a terra il 23 gennaio 2009, insieme a tante certezze che credevo incrollabili.

Oggi preferisco lavorare con chi mette l’anima in quello che fa.

Anche se sbaglia, anche se inciampa.

Cosa mi porto dietro (e cosa ho lasciato per strada)

Mi porto dietro i successi e i fallimenti, perché entrambi mi hanno insegnato qualcosa.

Mi porto dietro le notti passate a scrivere business plan che non hanno mai visto la luce e le mattine in cui invece ho acceso la luce in aziende che sembravano spente.

Mi porto dietro le parole dei miei maestri, che mi hanno insegnato a essere “l’ultimo dei primi” e mai “il primo degli ultimi”.

Mi porto dietro anche i miei dubbi, che oggi fanno parte del mio modo di essere.

Prima volevo certezze, ora cerco domande migliori.

Ho lasciato per strada l’illusione di poter piacere a tutti. Ho lasciato la tentazione di adeguarmi alle mode del momento. Ho lasciato l’ansia di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.

Ho capito che oggi, per essere felice, mi basta essere Lapo.

Cosa credo (con poca retorica e molta concretezza)

Credo che il lavoro sia un dovere morale oltre che un diritto costituzionale.

Credo che l’impresa debba essere un pezzo di società, non un mondo a parte.

Credo che il talento vada coltivato e premiato, non invidiato.

Credo che ci voglia più coraggio a fare bene una piccola cosa che a urlare grandi proclami.

Credo nei giovani, ma non nel giovanilismo. Credo negli anziani, ma non nel conservatorismo.

Credo che l’esempio conti più delle parole. E se sbaglio, almeno che il mio errore serva da esempio a chi verrà dopo.

Perché faccio quello che faccio

Perché ci credo. E perché non saprei fare altro. Non tanto per competenze (quelle, volendo, si imparano), ma perché credo che il lavoro, quando è fatto bene, sia uno dei modi più nobili di amare il mondo.

Perché ho capito –anche grazie a chi ha percorso e percorre accanto a me– che il successo non conta nulla se non lo condividi con qualcuno che guarda nella tua stessa direzione.

Perché ho imparato, a mie spese, che non puoi controllare tutto. Che la vita ti sorprende quando smetti di volerla pianificare. E che l’unico modo per non soccombere è continuare a metterci cuore, anche quando il cuore fa male.

L’imperfezione come compagna di viaggio

Non sono perfetto -lo so bene- e neanche voglio esserlo.

Ho sbagliato scelte, ho sbagliato toni, ho sbagliato tempi.

Ma ogni volta ho cercato di rimettere insieme i pezzi e ripartire.

Come mi disse una volta un’amica, che ha avuto la pazienza di guardarmi davvero, “sei un samurai stanco, ma ancora con la spada in mano”. E forse è così.

Combatto le mie battaglie quotidiane con dignità, anche quando perdo.

Non credo nel mito del vincente a tutti i costi; una lezione che il calcio mi ha insegnato e che custodisco con cura nella mia Anima.

Preferisco essere uno che ci prova, ogni giorno.

Uno che sbaglia in buona fede, che cambia idea quando capisce di aver sbagliato strada, che si ferma quando sente che sta forzando troppo.

Uno che si sveglia la mattina e si chiede: oggi, nel mio piccolo, che impronta voglio lasciare?

Chi sono oggi

Sono un uomo in cammino. Con qualche cicatrice in più, con meno arroganza e più ironia (soprattutto su me stesso).

Sono un imprenditore imperfetto, un manager curioso, un uomo che prova a mettere insieme l’ambizione e la gratitudine, ancora -e sempre più- convinto che l’etica non sia una parola da convegno, ma un modo concreto di stare nel mondo.

Sono uno che, ogni tanto, la sera tardi, si chiede se tutto questo senso ce l’abbia davvero. E che il giorno dopo, puntualmente, torna a cercarlo.

Sono un sognatore imperfetto che ha scelto di non smettere di provare.

Sono uno che ha imparato che il successo è bello, ma la serenità è meglio e che la vera sfida non è arrivare da qualche parte, ma riuscire a camminare ogni giorno

Potremmo dire che questa è la mia storia… sarebbe però troppo definitiva.

Preferisco dire che questa è solo la puntata di oggi.

Domani, chissà. Oggi intanto cammino.

Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

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