Il management non è gestione: quando il progetto continua a progettarsi

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Ogni progetto possiede un momento che, quasi senza accorgercene, siamo abituati a considerare una conclusione. È il momento in cui l’idea è stata definita, gli elaborati sono stati approvati, le responsabilità assegnate, le risorse individuate e il cantiere può finalmente iniziare. Da quell’istante in avanti siamo portati a pensare che il progetto abbia ormai esaurito il proprio compito e che ciò che resta da fare appartenga prevalentemente all’esecuzione. È una convinzione talmente radicata da influenzare il modo stesso in cui interpretiamo il significato del management: qualcosa che interviene dopo, quando il progetto è ormai terminato e occorre semplicemente governarne l’attuazione.

È una rappresentazione comprensibile, ma profondamente incompleta.

Ogni progetto viene normalmente identificato con il momento in cui prende forma. È allora che un’idea diventa un insieme di elaborati, modelli, relazioni tecniche e decisioni progettuali capaci di renderla costruibile. Ma questa rappresentazione racconta soltanto una parte della sua storia. Nel momento stesso in cui il progetto incontra la realtà, entra in una fase nella quale nessun elaborato può più anticipare ogni scelta, ogni relazione e ogni trasformazione che si renderanno necessarie.

Ogni opera attraversa una lunga sequenza di cambiamenti: mutano le condizioni iniziali, emergono nuovi vincoli, si modificano le esigenze della committenza, vengono introdotte varianti, si rendono disponibili informazioni che prima non esistevano e decisioni già assunte vengono continuamente rilette alla luce di un contesto che evolve. Nulla di tutto questo rappresenta un’anomalia. È la condizione naturale attraverso cui un progetto entra in relazione con la realtà. Da quell’istante il progetto non smette di esistere. Cambia semplicemente il modo in cui continua a vivere. Non risiede più soltanto nei documenti che lo descrivono, ma nelle decisioni che, giorno dopo giorno, ne interpretano la visione, la mettono alla prova e la accompagnano lungo il percorso che conduce dall’idea all’opera costruita. È proprio in questa dimensione, spesso invisibile ma decisiva, che il progetto rivela la sua natura più autentica: non quella di un risultato concluso, ma di un processo che continua a progettarsi mentre attraversa la realtà.

Ed è proprio qui che nasce l’equivoco più grande. Continuiamo a pensare che il progetto coincida con ciò che è stato immaginato all’inizio, mentre il progetto continua a prendere forma ogni volta che una decisione interpreta quella visione, la adatta alle nuove condizioni e la accompagna verso il risultato finale. L’opera non smette di essere progettata quando iniziano i lavori. Continua a progettarsi, giorno dopo giorno, attraverso centinaia di scelte che nessun elaborato avrebbe potuto prevedere integralmente.

Forse è proprio questo il punto nel quale siamo chiamati a cambiare linguaggio. Per molto tempo abbiamo attribuito il nome management all’insieme delle attività necessarie per amministrare questa fase del percorso. Oggi possiamo guardarla da una prospettiva diversa. Ciò che chiamiamo management non comincia quando il progetto è finito. Comincia nel momento esatto in cui il progetto, entrando nella realtà, continua a progettarsi.

Ogni progetto nasce da una visione, ma nessuna visione attraversa la realtà rimanendo immutata. Nel momento stesso in cui incontra il tempo, le persone, i vincoli e gli imprevisti, è costretta a confrontarsi con una condizione che nessun elaborato progettuale può rappresentare fino in fondo: la necessità di decidere continuamente. È questo il passaggio che distingue un progetto immaginato da un progetto vissuto. Da quel momento in avanti non basta più aver definito una direzione. Occorre essere capaci di riconoscerla ogni volta che il contesto cambia.

È un aspetto che la filiera delle costruzioni conosce molto bene. Nessuna opera arriva alla conclusione seguendo esattamente il percorso immaginato nel giorno in cui è stata concepita. Emergono nuove informazioni, si modificano le esigenze della committenza, intervengono aggiornamenti normativi, si rendono necessarie varianti, cambiano gli equilibri economici e si moltiplicano le relazioni che ogni decisione deve tenere insieme. Non è il segno di una progettazione incompleta. È la natura stessa di qualsiasi processo complesso. La realtà non esegue il progetto. Dialoga con esso, lo interroga e, inevitabilmente, lo costringe a evolvere.

Per questa ragione il vero problema non consiste nel cambiamento. Ogni progetto è destinato a cambiare. La domanda decisiva è un’altra: che cosa permette a un progetto di cambiare senza smettere di essere sé stesso? È una domanda che raramente compare negli elaborati tecnici e che, tuttavia, determina la qualità dell’intero percorso. Perché esistono opere che attraversano trasformazioni profonde continuando a esprimere con chiarezza la visione dalla quale erano nate, ed esistono opere che, senza un singolo errore evidente, si allontanano progressivamente dalla propria identità attraverso una lunga sequenza di decisioni corrette prese, però, senza una direzione comune.

È forse qui che una semplice immagine può aiutarci a comprendere la differenza. Pensiamo al restauro di un edificio storico. Nessuno immagina che custodirlo significhi impedirgli di cambiare. Per continuare a vivere dovrà consolidare strutture, sostituire materiali degradati, adeguare gli impianti, rispondere a nuove esigenze d’uso e confrontarsi con norme che, al momento della sua costruzione, non esistevano. Se il cambiamento fosse il problema, nessun edificio storico potrebbe attraversare i secoli. Eppure continuiamo a riconoscerlo come la stessa opera. Non perché ogni sua parte sia rimasta immutata, ma perché ogni trasformazione è stata guidata da una comprensione profonda del suo significato. Ciò che è stato custodito non è stata la materia, ma l’identità.

Forse è proprio questa la distinzione che abbiamo faticato a riconoscere anche nel management. Custodire non significa conservare. Conservare significa difendere una forma affinché rimanga immutata. Custodire significa accompagnarne l’evoluzione senza permettere che perda il proprio significato. Un progetto custodito non è un progetto rigido. È un progetto capace di apprendere, adattarsi e trasformarsi continuando a riconoscersi nella visione che lo ha generato.

A questo punto il significato della parola management comincia lentamente a cambiare. Per molto tempo l’abbiamo utilizzata per descrivere l’insieme delle tecniche necessarie a pianificare, coordinare e controllare un’organizzazione. Tutto questo rimane indispensabile, ma rappresenta soltanto la parte visibile di una responsabilità più profonda. Ogni decisione presa durante la vita di una commessa continua, in realtà, a progettare l’opera. Ogni variante, ogni scelta economica, ogni soluzione tecnica, ogni relazione costruita o trascurata modifica il progetto tanto quanto una linea tracciata nei suoi elaborati iniziali. La progettazione non termina quando il progetto viene approvato. Continua ogni volta che qualcuno decide come quella visione dovrà confrontarsi con la realtà.

Il progetto definisce una direzione. Il management permette a quella direzione di attraversare il tempo senza perdere il proprio significato. È forse questa la scoperta alla quale ci hanno condotti le riflessioni sviluppate fin qui. Il management non è la prosecuzione del progetto. È il progetto che continua a progettarsi mentre diventa realtà.

Per continuare la riflessione

Questo articolo conclude una riflessione dedicata al rapporto tra progetto, organizzazione e management. In IMPRONTE #1 – Il management nelle costruzioni, questi temi vengono ricondotti a una visione più ampia, che analizza l’evoluzione della filiera, il ruolo del management e le trasformazioni culturali e organizzative necessarie per affrontare la complessità delle opere contemporanee.

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Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

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