L’edificio che non finisce mai

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L’off-site non rappresenta semplicemente una tecnologia costruttiva. È il passaggio da edifici pensati per durare a edifici progettati per evolvere.

Ogni edificio nasce già obsoleto.

Non perché sia progettato male, costruito con materiali inadeguati o incapace di rispondere agli standard tecnici del proprio tempo. Nasce obsoleto perché viene immaginato per una società che, inevitabilmente, inizierà a cambiare il giorno stesso in cui quell’edificio sarà completato. Cambieranno le persone che lo abiteranno, il modo in cui lavoreranno, la composizione delle famiglie, le esigenze energetiche, le tecnologie disponibili, le aspettative di comfort e perfino il significato che attribuiremo agli spazi. Eppure continuiamo, molto spesso, a progettare gli edifici come se il futuro fosse una semplice estensione del presente.

È un paradosso che accompagna da sempre il mondo delle costruzioni.

Realizziamo opere destinate a rimanere per decenni, talvolta per secoli, pur sapendo che la società evolve con una velocità sempre maggiore. Ogni edificio rappresenta un investimento enorme di risorse economiche, ambientali e umane e, proprio per questo, dovrebbe essere capace di attraversare il tempo senza perdere la propria utilità. Tuttavia, per lungo tempo, abbiamo interpretato la durata quasi esclusivamente come resistenza della materia, concentrandoci sulla capacità delle strutture di sopravvivere al tempo più che sulla capacità degli spazi di adattarsi ai cambiamenti che quel tempo inevitabilmente avrebbe prodotto.

Forse è proprio qui che nasce uno degli equivoci più profondi che accompagnano il dibattito sull’innovazione nelle costruzioni.

Quando parliamo di off-site, prefabbricazione o industrializzazione edilizia, il confronto si concentra quasi sempre sul cantiere. Discutiamo di tempi di realizzazione, di qualità esecutiva, di produttività, di sicurezza, di sostenibilità ambientale e di riduzione degli sprechi. Sono temi fondamentali e rappresentano, senza dubbio, alcuni dei principali vantaggi offerti da questi sistemi costruttivi.

Ma forse stiamo osservando il fenomeno dal punto di vista sbagliato.

Forse il vero contributo dell’off-site non riguarda (solo) il modo in cui costruiamo un edificio; riguarda il modo in cui quell’edificio potrà continuare a trasformarsi durante tutta la propria esistenza.

Ed è proprio questa prospettiva che, probabilmente, merita oggi di essere esplorata.

L’idea che un edificio debba essere capace di trasformarsi non nasce con l’off-site e non rappresenta una conseguenza dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Al contrario, attraversa da decenni il dibattito internazionale sull’architettura e sulle costruzioni, pur rimanendo spesso confinata negli ambienti della ricerca e della sperimentazione.

Già negli anni Sessanta l’architetto olandese John Habraken, con Supports: An Alternative to Mass Housing, metteva in discussione l’idea dell’edificio come oggetto definitivo, proponendo un modello nel quale la struttura permanente e gli elementi destinati a cambiare potessero seguire cicli di vita differenti. Nasceva così il concetto di Open Building: un approccio progettuale fondato sulla convinzione che gli edifici dovessero essere pensati per accogliere trasformazioni future e non semplicemente per resistere al passare del tempo.

Qualche decennio più tardi Stewart Brand, nel volume How Buildings Learn, avrebbe osservato gli edifici da una prospettiva completamente diversa. Analizzando il modo in cui essi cambiano durante la loro esistenza, Brand dimostra che ogni costruzione è attraversata da componenti caratterizzate da velocità di trasformazione differenti. La struttura può rimanere pressoché immutata per oltre un secolo, mentre gli impianti, gli spazi interni, gli arredi e le tecnologie vengono modificati molte volte nell’arco della vita dello stesso edificio. Da questa osservazione nasce la teoria delle Shearing Layers, secondo la quale un edificio non evolve come un elemento unico, ma come un insieme di livelli che si trasformano seguendo tempi diversi.

Negli ultimi anni questa visione ha trovato ulteriore conferma nell’evoluzione delle politiche europee. L’attenzione crescente verso il ciclo di vita degli edifici, l’economia circolare, il Life Cycle Costing e le più recenti direttive europee sull’efficienza energetica del patrimonio edilizio hanno progressivamente spostato il dibattito dalla sola fase di costruzione alla capacità degli edifici di mantenere prestazioni, valore e funzionalità lungo tutto il proprio ciclo di vita. La sostenibilità non viene più misurata esclusivamente attraverso ciò che accade nel cantiere, ma attraverso ciò che accadrà nei decenni successivi alla consegna dell’opera.

È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico.

Per molti anni abbiamo valutato un edificio osservando come veniva costruito. Oggi iniziamo a comprendere che la domanda più importante riguarda il modo in cui sarà capace di trasformarsi.

Ed è proprio in questo passaggio che l’off-site assume un significato completamente diverso. Non come semplice evoluzione dei processi produttivi, ma come uno degli strumenti che possono rendere concretamente possibile un’architettura progettata per adattarsi al tempo, accompagnando le trasformazioni della società invece di subirle.

Forse il limite più grande non risiede nel modo in cui costruiamo gli edifici, ma nel modo in cui continuiamo a immaginarli. Per oltre un secolo abbiamo progettato l’architettura come un’opera compiuta, nella convinzione che la qualità di un edificio coincidesse con la sua capacità di attraversare il tempo rimanendo sostanzialmente invariato. Ogni scelta progettuale era orientata a definire una configurazione il più possibile definitiva, ogni dettaglio cercava una forma stabile e ogni trasformazione successiva veniva interpretata come un adattamento necessario, quando non addirittura come una compromissione dell’idea originaria. Era un approccio coerente con una società nella quale i cambiamenti avvenivano lentamente e nella quale era ragionevole immaginare che un edificio potesse conservare la propria funzione per gran parte della sua esistenza.

Oggi quello scenario è profondamente cambiato. La velocità con cui evolvono la società, l’economia, le tecnologie e i modelli di vita rende sempre più difficile immaginare che uno spazio progettato oggi possa rispondere, senza modifiche significative, ai bisogni di chi lo utilizzerà tra venti, trenta o cinquant’anni. Cambiano le famiglie, cambiano le modalità di lavoro, cambiano le esigenze energetiche, cambiano le aspettative delle persone e cambia, con esse, il significato stesso dell’abitare. Non è quindi l’edificio a invecchiare più rapidamente rispetto al passato. È il contesto nel quale quell’edificio è chiamato a vivere che evolve con una velocità senza precedenti, mettendo progressivamente in discussione le ipotesi sulle quali il progetto era stato costruito.

Forse è proprio qui che si colloca il vero cambio di paradigma. Il problema non è che gli edifici diventino obsoleti perché costruiti male o perché incapaci di resistere al tempo. Il problema è che, molto spesso, diventa obsoleta l’idea che li ha generati. Continuiamo a progettare come se fosse possibile prevedere il futuro, quando la vera sfida consiste probabilmente nell’accettare che il futuro non possa essere previsto, ma soltanto accompagnato.

È per questo che, a mio avviso, dovremmo iniziare a osservare gli edifici con uno sguardo diverso. Non più come prodotti destinati a raggiungere una configurazione definitiva nel momento della consegna, ma come piattaforme capaci di evolvere insieme alla società che le utilizza. Una piattaforma non è un progetto incompiuto né un’architettura priva di identità. Al contrario, è un sistema progettato con sufficiente intelligenza da accogliere trasformazioni future senza perdere coerenza, qualità e valore. Non pretende di anticipare ogni cambiamento, ma costruisce le condizioni affinché il cambiamento possa avvenire con naturalezza, riducendo costi economici, impatti ambientali e perdita di valore nel corso dell’intero ciclo di vita dell’edificio.

In questa prospettiva cambia inevitabilmente anche il significato della sostenibilità. Essa non coincide più soltanto con la riduzione dei consumi energetici, con la scelta dei materiali o con l’efficienza delle tecnologie impiegate, ma con la capacità di un edificio di continuare a essere utile nel tempo, adattandosi alle trasformazioni della società senza richiedere interventi radicali, demolizioni premature o costosi processi di riconversione. Un edificio realmente sostenibile non è semplicemente quello che dura più a lungo. È quello che riesce a rimanere rilevante più a lungo, continuando a produrre valore perché è stato progettato non per resistere al cambiamento, ma per attraversarlo.

Se accettiamo che il vero problema non sia costruire edifici destinati a durare, ma edifici capaci di continuare a essere utili, allora cambia inevitabilmente anche il modo in cui osserviamo l’innovazione tecnologica. Per molti anni abbiamo valutato l’off-site quasi esclusivamente attraverso ciò che accade durante la fase di costruzione. Abbiamo misurato la riduzione dei tempi di cantiere, l’aumento della qualità esecutiva, la maggiore sicurezza per i lavoratori, la diminuzione degli sprechi e la possibilità di industrializzare processi tradizionalmente artigianali. Sono risultati concreti, misurabili e rappresentano una parte importante del valore che questi sistemi costruttivi sono in grado di generare.

Ma forse non rappresentano il loro contributo più importante.

Se osserviamo l’edificio lungo tutto il proprio ciclo di vita, il cantiere smette improvvisamente di essere il centro del ragionamento. Diventa soltanto il primo capitolo di una storia destinata a proseguire per decenni. Ed è proprio in questa prospettiva che l’off-site rivela una natura diversa. Non soltanto un sistema per costruire meglio, ma un sistema per permettere agli edifici di continuare a trasformarsi nel tempo con maggiore semplicità, minori costi e un impatto ambientale significativamente più contenuto.

La vera innovazione, quindi, non consiste nell’industrializzazione del processo costruttivo. Consiste nell’industrializzazione della trasformazione.

Quando un edificio viene progettato secondo logiche di modularità, reversibilità, accessibilità e sostituibilità dei propri componenti, ogni futura modifica smette di rappresentare un intervento straordinario e diventa parte integrante della vita dell’edificio. Aggiornare un impianto, sostituire un involucro, riconfigurare gli spazi interni, ampliare una funzione, ridurre una superficie o adeguare l’edificio a nuove esigenze normative significa intervenire su un organismo predisposto al cambiamento, anziché forzare una struttura pensata per rimanere immutabile.

È una differenza che modifica profondamente anche il modo in cui interpretiamo il valore economico di un’opera. Per troppo tempo abbiamo concentrato l’attenzione quasi esclusivamente sul costo della costruzione, mentre una parte sempre più rilevante del valore di un edificio si determina durante i decenni successivi alla sua realizzazione, quando manutenzioni, aggiornamenti tecnologici, trasformazioni funzionali e nuovi utilizzi incidono in misura crescente sui costi complessivi e sulla capacità dell’immobile di mantenere la propria competitività. In questa prospettiva l’off-site non rappresenta semplicemente una tecnologia costruttiva più efficiente. Rappresenta uno strumento progettuale capace di ridurre il costo del cambiamento, trasformando quella che oggi percepiamo come un’eccezione in una condizione ordinaria della vita dell’edificio.

È proprio qui che, a mio avviso, cambia il significato stesso dell’off-site.

L’off-site non è una tecnologia per costruire edifici. È una tecnologia per permettere agli edifici di continuare a cambiare.

Forse è proprio questo il cambio di prospettiva che siamo chiamati a compiere. Per molti anni abbiamo industrializzato il modo di costruire. I prossimi decenni ci chiederanno di industrializzare la capacità degli edifici di evolvere, perché sarà proprio la loro attitudine al cambiamento, molto più della perfezione raggiunta il giorno della consegna, a determinarne il valore economico, ambientale e sociale nel corso del tempo.

Forse il XXI secolo ci obbliga a compiere un passaggio culturale ancora prima che tecnologico. Per molto tempo abbiamo considerato l’edificio come il punto di arrivo di un processo progettuale: un’opera conclusa, definita nel momento della consegna e destinata, da quel momento in poi, a essere semplicemente mantenuta nel tempo. La qualità del progetto coincideva con la sua capacità di resistere al cambiamento, quasi che l’immobilità rappresentasse la forma più alta della permanenza.

Oggi questa idea appare sempre meno adeguata a interpretare la realtà.

Le città cambiano, la popolazione invecchia, le famiglie si trasformano, il lavoro ridefinisce continuamente i propri spazi, le tecnologie evolvono con ritmi che nessuna costruzione può seguire rimanendo identica a sé stessa. Continuare a progettare edifici statici in una società dinamica significa accettare, fin dall’inizio, che una parte del loro valore sarà inevitabilmente destinata a dissolversi molto prima della fine della loro vita fisica.

Forse il futuro dell’edilizia non dipenderà dalla nostra capacità di costruire edifici sempre più perfetti.

Dipenderà dalla capacità di progettare edifici sempre più imperfetti nel senso più nobile del termine: edifici aperti, predisposti al cambiamento, capaci di accogliere funzioni che ancora non conosciamo, tecnologie che non sono ancora state inventate e bisogni che oggi possiamo soltanto intuire. Non opere incompiute, ma opere consapevoli che il proprio compimento non coincide con la fine del cantiere, bensì con l’intera durata della loro esistenza.

È una prospettiva che modifica profondamente anche il significato della progettazione. Progettare non significa più soltanto definire una forma, ma costruire la possibilità che quella forma continui a generare valore nel tempo. Significa immaginare edifici che possano crescere, ridursi, riconfigurarsi, sostituire parti senza compromettere l’insieme, adattarsi a nuovi modi di abitare e di lavorare senza richiedere demolizioni, ricostruzioni o trasformazioni radicali. In altre parole, significa progettare il cambiamento prima ancora dell’edificio.

È proprio qui che, a mio avviso, si misura il vero salto culturale che attende il settore delle costruzioni. Per oltre un secolo abbiamo cercato di prevedere il futuro, progettando edifici che rispondessero nel miglior modo possibile ai bisogni del presente. I prossimi decenni ci chiederanno qualcosa di molto diverso: progettare edifici che non pretendano di prevedere il futuro, ma che siano capaci di attraversarlo, adattandosi alle trasformazioni senza perdere valore, qualità e identità.

In questa prospettiva anche la sostenibilità assume un significato più profondo. Non coincide semplicemente con la riduzione delle emissioni, con l’efficienza energetica o con la scelta dei materiali, ma con la capacità di evitare che un edificio diventi prematuramente obsoleto. L’edificio più sostenibile non sarà quello che consumerà meno energia il giorno della sua inaugurazione, ma quello che, tra cinquant’anni, sarà ancora capace di rispondere ai bisogni della società senza dover essere sostituito.

Forse è questa la vera rivoluzione che abbiamo davanti.

Non costruire edifici destinati a durare, ma costruire edifici capaci di continuare a evolvere.

Ogni epoca ha costruito gli edifici di cui aveva bisogno, utilizzando le conoscenze, le tecnologie e la visione del proprio tempo. È proprio grazie a questa continua evoluzione che le città sono diventate il racconto materiale della nostra storia, conservando nelle loro architetture le tracce dei cambiamenti economici, culturali e sociali che hanno attraversato le diverse generazioni.

Oggi, però, la velocità con cui il mondo evolve ci impone una responsabilità nuova. Non possiamo più limitarci a progettare edifici adatti al presente, perché sappiamo che il presente rappresenta soltanto una breve fase della loro esistenza. Cambieranno le persone, cambieranno i modi di abitare, di lavorare e di produrre energia, cambieranno le tecnologie e, con esse, i bisogni ai quali quegli edifici saranno chiamati a rispondere. Continuare a immaginare l’architettura come la fotografia immobile di un preciso momento storico significa trasferire sul futuro il costo della nostra incapacità di progettare il cambiamento.

È proprio questa, probabilmente, la sfida più importante che attende il settore delle costruzioni. Non realizzare edifici che sappiano semplicemente resistere al tempo, ma edifici capaci di dialogare con il tempo, accogliendo nuove funzioni, nuove tecnologie e nuovi modi di vivere senza perdere identità, qualità e valore. Perché sarà proprio la loro capacità di evolvere, molto più della sola capacità di durare, a determinarne la sostenibilità economica, ambientale e sociale.

In fondo, ogni progetto è un atto di fiducia nel futuro. Per questo progettare non significa soltanto immaginare l’edificio che consegneremo domani, ma immaginare tutti gli edifici che quello stesso edificio potrà diventare nel corso della propria esistenza. È questa, forse, la forma più autentica della sostenibilità: non lasciare alle generazioni future edifici destinati a durare il più a lungo possibile, ma edifici progettati per continuare a trasformarsi insieme alla società che li abiterà.

Perché il vero progetto non è quello che resiste al cambiamento, ma quello che lo rende possibile.

Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

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