Modena, il coraggio di abitare il futuro

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La casa non è il problema. È il modello di città che dobbiamo avere il coraggio di ripensare.

Il dibattito che si è riacceso a Modena sulla necessità di costruire nuove abitazioni, sulla disponibilità di aree edificabili e sulla possibilità di recuperare il patrimonio esistente racconta una contraddizione che attraversa molte città italiane: abbiamo bisogno di nuove case, ma non possiamo continuare a consumare territorio come se fosse una risorsa inesauribile; vogliamo rendere accessibile l’abitare, ma il costo delle trasformazioni urbane rischia di rendere economicamente irraggiungibili proprio quelle abitazioni che vorremmo destinare a chi ne ha maggiormente bisogno. Nel frattempo, cambiano le famiglie, il lavoro, le relazioni, le esigenze delle persone e perfino il clima, mentre una parte significativa del nostro patrimonio costruito continua a rispondere a un modello di società che, semplicemente, non esiste più.

Credo che questa contraddizione non possa essere risolta scegliendo una delle due posizioni che tradizionalmente dividono il confronto politico: costruire oppure non costruire, espandere oppure conservare, lasciare fare al mercato oppure affidare la risposta esclusivamente all’intervento pubblico. Sono alternative che contengono ciascuna una parte di verità, ma che rischiano di impedirci di affrontare il problema nella sua interezza, perché continuano a considerare l’abitazione come il risultato finale di una politica urbanistica, anziché come uno degli strumenti attraverso cui una comunità costruisce il proprio futuro.

Il problema di Modena non è soltanto quante case mancano. È quale città vogliamo rendere possibile attraverso le case che abbiamo, quelle che possiamo recuperare e quelle che, eventualmente, sarà necessario costruire.

Una città che cambia più velocemente dei suoi edifici

Modena possiede un patrimonio abitativo di circa 95.600 alloggi e conta quasi 85.000 famiglie. Secondo le stime diffuse dall’amministrazione comunale nel 2025, oltre 6.000 abitazioni risultano non utilizzate, mentre la domanda di soluzioni economicamente accessibili continua a essere significativa. Sono numeri che, osservati superficialmente, potrebbero suggerire che il problema sia già risolto nella quantità e che occorra soltanto convincere i proprietari a mettere a disposizione ciò che oggi rimane fuori dal mercato. Ma la realtà è più complessa, perché un’abitazione censita come non occupata non è necessariamente vuota, disponibile, adeguata o collocata dove si concentra la domanda.

D’altra parte, il bisogno abitativo non riguarda più soltanto le condizioni di marginalità economica. La difficoltà di trovare una casa interessa anche persone che lavorano, producono reddito, partecipano alla vita economica della città e che, nonostante questo, incontrano ostacoli crescenti nell’accedere alla locazione o alla proprietà. Giovani che vorrebbero uscire dalla famiglia di origine, coppie che cercano una prima abitazione, lavoratori che arrivano a Modena, persone separate, anziani soli, studenti universitari e famiglie con esigenze differenti competono, spesso, per un patrimonio abitativo che non è stato pensato per questa pluralità di condizioni.

Ecco perché ritengo insufficiente affrontare la questione attraverso il solo rapporto tra numero di residenti e numero di alloggi. La città è abitata anche da chi non vi risiede anagraficamente, mentre la progressiva riduzione della dimensione media dei nuclei familiari può aumentare il numero di abitazioni necessarie anche in assenza di una significativa crescita demografica. Una popolazione sostanzialmente stabile non significa necessariamente una domanda abitativa stabile, così come un patrimonio numericamente abbondante non garantisce, da solo, la possibilità di abitare.

L’edificio non è necessariamente il problema. È la società che è cambiata, mentre molti edifici e una parte dei nostri strumenti di pianificazione sono rimasti legati a bisogni precedenti.

Questa, a mio avviso, dovrebbe essere la prima consapevolezza da cui ripartire.

La casa non è un oggetto isolato. È una parte dell’organismo urbano.

Abbiamo costruito per decenni separando le funzioni della città. Da una parte le abitazioni, altrove i luoghi di lavoro, in altre zone il commercio, i servizi, le scuole, lo sport e gli spazi dedicati alla socialità, immaginando che una rete di infrastrutture e di mobilità potesse garantire il funzionamento complessivo del sistema. Questo modello ha certamente accompagnato lo sviluppo economico e urbano del Novecento, ma ha prodotto anche dipendenze, inefficienze e fragilità che oggi conosciamo bene: spostamenti quotidiani obbligati, quartieri che si svuotano in alcune ore della giornata, edifici sottoutilizzati, spazi pubblici poco vissuti e una progressiva separazione tra le attività che compongono la vita delle persone.

Per questo, quando parlo di un nuovo modello di abitare, non penso semplicemente a edifici più efficienti o a nuove tipologie residenziali. Penso a quartieri nei quali casa, lavoro, commercio, servizi, natura e relazioni possano tornare a convivere, senza necessariamente sovrapporsi e senza rinunciare alla specificità delle rispettive funzioni. Penso a luoghi nei quali un anziano possa conservare la propria autonomia senza vivere isolato, un giovane possa trovare una soluzione abitativa sostenibile senza essere costretto ad allontanarsi dalla città, una famiglia possa accedere ai servizi quotidiani senza dipendere continuamente dall’automobile e un’impresa possa attrarre competenze senza dover considerare il costo dell’abitare un ostacolo alla propria competitività.

È una prospettiva che considero profondamente eco-centrica, perché non immagina l’ambiente come un elemento da aggiungere successivamente al progetto, attraverso qualche albero, un giardino pensile o una certificazione energetica, ma come una delle condizioni fondamentali attraverso cui valutare la qualità stessa della trasformazione. Una città ecologicamente migliore non è soltanto una città che consuma meno energia o costruisce meno metri cubi; è una città che utilizza meglio le proprie risorse, riduce gli spostamenti non necessari, migliora il comfort climatico, restituisce permeabilità al suolo, protegge la biodiversità e rende più equilibrato il rapporto tra attività umane e sistemi naturali.

La natura non dovrebbe essere il contorno della città. Dovrebbe tornare a essere una componente della sua struttura.

Superare la falsa alternativa tra costruire e conservare

Ritengo che la rigenerazione del patrimonio esistente debba rappresentare la prima scelta di una politica urbanistica contemporanea, ma credo altrettanto fermamente che trasformarla in un principio assoluto, indipendente dai risultati che riesce concretamente a produrre, rischi di diventare un errore.

Recuperare un edificio inutilizzato, trasformare un ufficio in abitazioni, riqualificare energeticamente un condominio o rigenerare un’area industriale dismessa significa utilizzare risorse già presenti nel territorio e ridurre la necessità di nuove trasformazioni. Tuttavia, ogni intervento possiede condizioni tecniche, urbanistiche, economiche e temporali differenti. Esistono immobili che possono essere recuperati rapidamente e a costi sostenibili, altri per i quali la trasformazione richiede investimenti importanti, altri ancora che, pur risultando teoricamente disponibili, non possono rispondere in modo efficace alla domanda abitativa reale.

Per questo non credo sia sufficiente affermare che a Modena esistono migliaia di alloggi inutilizzati, così come non credo sia sufficiente sostenere che occorra costruirne immediatamente altri millecinquecento. Prima di decidere quanto costruire dobbiamo comprendere quanto possiamo realmente recuperare, in quali tempi, con quali costi e per quali destinatari, distinguendo il patrimonio teoricamente disponibile da quello effettivamente mobilitabile.

Il Piano Urbanistico Generale di Modena e la legge urbanistica dell’Emilia-Romagna offrono già un quadro orientato al contenimento del consumo di suolo e alla rigenerazione urbana. La legge regionale 24/2017, in particolare, non considera il limite del 3% come una disponibilità indiscriminata di territorio da destinare a nuova edificazione residenziale, ma subordina le trasformazioni a condizioni e finalità specifiche, tra cui assume particolare rilevanza l’edilizia residenziale sociale. È quindi all’interno di questa cornice che occorre costruire proposte credibili, senza confondere una possibilità urbanistica con un diritto automatico a edificare.

Ma il punto politico, prima ancora che normativo, è un altro: non dovremmo misurare il successo della pianificazione soltanto attraverso quanto territorio abbiamo evitato di consumare, ma anche attraverso quante persone abbiamo messo nelle condizioni di abitare dignitosamente, quanto patrimonio abbiamo restituito alla città e quanta qualità ambientale abbiamo generato.

Questo non significa indebolire la tutela del territorio. Significa renderla parte di una responsabilità più ampia, nella quale protezione dell’ambiente e accessibilità sociale non debbano essere considerate obiettivi concorrenti.

Una terza possibilità: progettare la trasformazione prima degli edifici

Da tempo sostengo che il futuro dell’edilizia non consista semplicemente nel costruire diversamente, ma nel trasformare il modo in cui immaginiamo, progettiamo, realizziamo e utilizziamo il patrimonio costruito. È una convinzione che ho sviluppato anche attraverso il lavoro sulla trasformazione della filiera delle costruzioni e che ho cercato di tradurre in una proposta di housing e rigenerazione urbana presentata alla Regione Puglia, immaginando un modello capace di integrare sostenibilità ambientale, welfare di prossimità, sviluppo economico territoriale, nuove forme dell’abitare e governance delle trasformazioni.

Non considero quella proposta un modello da trasferire meccanicamente a Modena, perché ogni territorio possiede caratteristiche, risorse, fragilità e identità differenti. Credo però che il metodo possa essere applicato anche qui: partire dai bisogni reali, individuare le risorse disponibili, costruire relazioni tra soggetti pubblici e privati e progettare interventi capaci di produrre risultati verificabili nel tempo.

Immagino quindi che Modena possa dotarsi di un programma integrato dell’abitare, con un orizzonte decennale e una prima fase sperimentale molto più breve, attraverso il quale coordinare recupero degli alloggi inutilizzati, conversione degli immobili terziari, rigenerazione dei comparti urbani, edilizia sociale, nuove tecnologie costruttive e, laddove effettivamente necessario e giuridicamente ammissibile, nuova edificazione selettiva.

La differenza rispetto a un normale programma edilizio sarebbe sostanziale. Non partirebbe dalla disponibilità di un’area o dall’interesse di un operatore, ma da un risultato da raggiungere: rendere disponibile un numero misurabile di abitazioni accessibili, ridurre il costo complessivo dell’abitare, migliorare la qualità ambientale dei quartieri e costruire condizioni di sostenibilità economica che permettano agli interventi di funzionare anche dopo la loro realizzazione.

Non un piano per costruire case, dunque, ma un programma per aumentare la capacità di Modena di essere abitata.

Progettare il tempo, non soltanto lo spazio

Esiste poi una dimensione della rigenerazione urbana che considero ancora insufficientemente esplorata e che potrebbe cambiare profondamente il modo in cui utilizziamo il patrimonio esistente: il tempo.

Siamo abituati a misurare gli edifici attraverso superfici, volumi, prestazioni energetiche, destinazioni d’uso e valori patrimoniali, ma raramente ci chiediamo per quante ore della giornata e per quanti giorni dell’anno producano realmente utilità per le persone e per la comunità. Una scuola può essere utilizzata prevalentemente durante l’orario didattico, un ufficio soltanto nei giorni lavorativi, uno spazio commerciale può rimanere inutilizzato per lunghi periodi e una struttura pubblica può possedere ambienti che, pur essendo perfettamente funzionanti, rimangono chiusi per gran parte del tempo.

Naturalmente non tutti gli spazi possono essere condivisi, e ogni utilizzo aggiuntivo comporta esigenze di sicurezza, gestione, manutenzione e responsabilità. Ma questo non elimina la possibilità di ripensare la loro organizzazione, rendendo alcuni edifici capaci di ospitare funzioni differenti in momenti differenti.

Una scuola che diventa anche spazio culturale e sportivo, un edificio pubblico che ospita servizi di prossimità, un complesso residenziale che integra ambienti per il lavoro condiviso o servizi comuni, un quartiere nel quale determinate infrastrutture vengono utilizzate da più soggetti durante la giornata: sono esempi di una trasformazione che non richiede necessariamente nuovo suolo, ma una diversa capacità progettuale e organizzativa.

La rigenerazione, quindi, può avvenire su tre livelli: fisico, attraverso il miglioramento degli edifici; funzionale, attraverso la trasformazione degli usi; temporale, attraverso l’aumento dell’utilità prodotta dal patrimonio nel corso del tempo.

Il patrimonio costruito non è soltanto una quantità di metri quadrati. È anche una quantità di tempo e di possibilità che non abbiamo ancora imparato a utilizzare pienamente.

La sostenibilità economica non è un dettaglio. È ciò che rende possibile la visione.

Qualsiasi proposta di trasformazione urbana, per quanto culturalmente ambiziosa o ambientalmente desiderabile, rimane incompleta finché non riesce a dimostrare come possa essere finanziata, realizzata, gestita e mantenuta nel tempo.

È un punto sul quale credo sia necessario abbandonare una certa retorica della sostenibilità. Non basta immaginare quartieri verdi, edifici efficienti, spazi condivisi e abitazioni a canone calmierato, se poi il costo complessivo dell’operazione rende impossibile realizzarli oppure richiede contributi pubblici non disponibili. Allo stesso modo, non possiamo pensare che il mercato, lasciato esclusivamente alla propria convenienza immediata, produca spontaneamente tutta l’offerta abitativa socialmente necessaria.

Serve un equilibrio diverso, nel quale il pubblico definisca obiettivi, condizioni e garanzie, mentre gli operatori privati possano contribuire con capitali, competenze, capacità industriale e organizzativa, ricevendo una remunerazione adeguata al rischio e agli impegni assunti.

Questo equilibrio può essere ricercato attraverso strumenti differenti: valorizzazione del patrimonio pubblico, concessioni e diritti di superficie, convenzionamenti, partenariati strutturati, fondi immobiliari dedicati, cooperative, operatori dell’housing sociale e forme di investimento paziente, nelle quali il rendimento venga valutato su un orizzonte coerente con la funzione sociale dell’intervento.

Non esiste una soluzione finanziaria universalmente migliore. Esistono operazioni differenti, ciascuna delle quali richiede un piano economico-finanziario capace di dimostrare il rapporto tra investimento iniziale, costo di trasformazione, oneri finanziari, canoni o ricavi, manutenzione, gestione e rendimento atteso.

Anche l’industrializzazione edilizia, la prefabbricazione e i sistemi costruttivi off-site possono offrire un contributo importante, soprattutto quando consentono di ridurre tempi di cantiere, variabilità dei costi, sprechi e interferenze con la città esistente. Ma sarebbe sbagliato presentarli come una soluzione automaticamente più economica: la loro convenienza dipende dalla progettazione, dalla ripetibilità, dalla scala degli interventi, dalla logistica e dall’organizzazione della filiera.

La sostenibilità economica non è il compromesso che dobbiamo accettare per realizzare una città migliore. È una delle condizioni necessarie perché quella città possa esistere davvero.

Abitare e lavorare: un nuovo patto tra imprese, persone e città

Esiste una possibilità che credo meriti di essere esplorata con particolare attenzione, soprattutto in un territorio come quello modenese, nel quale la competitività del sistema produttivo dipende anche dalla capacità di attrarre e trattenere persone, competenze e professionalità. Perché non immaginare che le imprese possano diventare protagoniste dirette di una nuova politica dell’abitare, investendo nel recupero o nella realizzazione di abitazioni da mettere a disposizione dei propri dipendenti a condizioni economicamente più accessibili rispetto a quelle del mercato?

Non penso a un ritorno ai villaggi operai del Novecento, né a un sistema nel quale il diritto alla casa finisca per dipendere dal rapporto di subordinazione con il datore di lavoro. Immagino piuttosto un nuovo patto tra istituzioni, imprese e lavoratori, attraverso il quale l’investimento privato nel patrimonio abitativo possa essere riconosciuto e incentivato quando produce un beneficio sociale concreto, duraturo e verificabile.

Un’impresa, o un gruppo di imprese attraverso strumenti consortili e societari, potrebbe acquistare e riqualificare immobili inutilizzati, trasformare edifici terziari compatibili con la funzione residenziale o partecipare a programmi di housing sociale, destinando gli alloggi alla locazione a canoni convenzionati per i propri lavoratori. In cambio, potrebbe accedere, secondo un quadro normativo da definire, a un sistema integrato di agevolazioni economiche, fiscali e urbanistiche: incentivi sugli investimenti, strumenti di finanziamento agevolato, eventuali crediti d’imposta, premialità per gli interventi di rigenerazione e una disciplina fiscale che valorizzi, nei limiti consentiti, i costi sostenuti e gli ammortamenti applicabili.

Il principio sarebbe quello di collegare il vantaggio riconosciuto all’impresa non semplicemente al capitale investito, ma alla quantità e alla durata del beneficio abitativo generato. Più abitazioni rese accessibili, maggiore stabilità dei canoni, migliore qualità energetica e ambientale degli immobili e più lungo l’impegno assunto, maggiore potrebbe essere il riconoscimento pubblico, nel rispetto delle risorse disponibili e delle regole applicabili.

Non si tratterebbe, peraltro, di inventare da zero ogni strumento necessario. Esistono già discipline e politiche che potrebbero contribuire alla costruzione del modello, mentre altre misure richiederebbero specifici interventi legislativi o regolamentari.

StrumentoPossibilità concreta e condizioni
Incentivi urbanisticiLa legislazione regionale e il PUG di Modena prevedono strumenti e premialità per determinati interventi di rigenerazione ed edilizia residenziale sociale, subordinati ai requisiti applicabili.
Edilizia convenzionata e ERSPossibilità di definire canoni, requisiti dei beneficiari, durata dei vincoli e modalità di gestione attraverso convenzioni coerenti con gli strumenti comunali.
Welfare aziendaleAlcune disposizioni fiscali consentono già, entro condizioni e limiti specifici, benefici legati alle spese abitative dei dipendenti. Occorrerebbe verificare come integrarli con un programma strutturato di housing aziendale.
Ammortamenti e deduzioni fiscaliIl trattamento dipende dalla natura dell’immobile, dalla sua classificazione fiscale e dall’utilizzo. Non è possibile presumere che un immobile abitativo detenuto dall’impresa sia automaticamente ammortizzabile o che ogni costo sia integralmente deducibile.
Crediti d’imposta e defiscalizzazioni dedicatePossibili strumenti di una futura politica nazionale o regionale, da istituire attraverso norme specifiche, coperture finanziarie e verifiche sulla disciplina degli aiuti di Stato.
Finanziamenti agevolati e garanziePossibile coinvolgimento di strumenti pubblici e privati, banche, investitori istituzionali e operatori dell’housing sociale, previa verifica dei requisiti di accesso e della sostenibilità dell’operazione.
Investimenti collettivi tra impreseCostituzione di veicoli societari o consortili per condividere capitale, rischio e gestione degli immobili, favorendo l’accesso al modello anche delle piccole e medie imprese.
La tabella distingue opportunità già riconducibili a strumenti esistenti da incentivi ipotetici. Non costituisce un elenco di agevolazioni automaticamente cumulabili o già spettanti alle imprese.

Perché questo modello sia realmente sostenibile, tuttavia, occorrerebbe proteggerne anche la dimensione umana: garantire criteri trasparenti di assegnazione, tutelare il lavoratore nel caso di cessazione del rapporto di lavoro, evitare che l’abitazione diventi uno strumento di dipendenza dall’impresa e prevedere forme di gestione indipendenti, eventualmente affidate a operatori specializzati. Sarebbe altrettanto importante evitare che un programma nato per ampliare l’offerta abitativa finisca semplicemente per sottrarre alloggi al mercato ordinario senza produrre un effettivo beneficio aggiuntivo.

Il modello potrebbe essere sperimentato attraverso un primo intervento di dimensioni contenute, ad esempio un complesso di venti o trenta abitazioni, coinvolgendo più imprese del territorio, un soggetto gestore indipendente e un operatore immobiliare. Prima di avviare l’investimento, un piano economico-finanziario dovrebbe verificare il costo complessivo dell’operazione, il livello dei canoni sostenibili, il capitale necessario, le condizioni di finanziamento e l’eventuale fabbisogno di sostegno pubblico. L’obiettivo non sarebbe dimostrare in anticipo che ogni operazione funziona, ma individuare le condizioni nelle quali il beneficio per i lavoratori, il rendimento dell’investimento e l’interesse pubblico possano raggiungere un equilibrio stabile.

È una proposta ancora embrionale, che richiederebbe approfondimenti fiscali, giuridici ed economici, ma che potrebbe aprire uno spazio interessante di sperimentazione. Modena potrebbe diventare il luogo nel quale verificare se una parte degli investimenti destinati al welfare aziendale e allo sviluppo del capitale umano possa contribuire anche alla rigenerazione del patrimonio immobiliare e all’ampliamento dell’offerta abitativa accessibile.

La casa non è soltanto una questione sociale e urbanistica. È anche un’infrastruttura economica della città, capace di incidere sulla qualità del lavoro, sulla competitività delle imprese e sulla possibilità delle persone di costruire il proprio futuro.

Dall’abitazione al quartiere: un nuovo patto tra persone, ambiente e città

Se vogliamo affrontare seriamente il problema dell’abitare, dobbiamo avere il coraggio di superare anche l’idea che la qualità di un intervento si esaurisca all’interno delle singole abitazioni.

Una casa energeticamente efficiente, costruita con materiali sostenibili e dotata di impianti tecnologicamente avanzati può comunque trovarsi in un quartiere isolato, privo di servizi, esposto alle isole di calore e dipendente dall’automobile. Al contrario, un edificio non particolarmente innovativo, ma inserito in un contesto urbano ricco di relazioni, verde, mobilità accessibile e servizi di prossimità, può offrire una qualità della vita molto elevata.

La sfida è integrare queste due dimensioni, immaginando edifici migliori all’interno di quartieri migliori.

Per Modena questo potrebbe significare intervenire sulla qualità climatica degli spazi pubblici, aumentare la permeabilità delle superfici, costruire connessioni ecologiche, recuperare aree impermeabilizzate, favorire una mobilità quotidiana meno dipendente dall’automobile e progettare luoghi capaci di ospitare generazioni e condizioni sociali differenti.

Potrebbe significare anche sperimentare nuove forme di co-housing e abitare collaborativo, senza pretendere che diventino la risposta universale al bisogno di casa. La condivisione non può essere imposta e la comunità non nasce automaticamente dalla presenza di spazi comuni; richiede libertà di scelta, regole, responsabilità e una gestione capace di accompagnare le relazioni nel tempo.

L’obiettivo non dovrebbe essere convincere tutti a vivere nello stesso modo, ma costruire una città capace di offrire modi diversi di abitare, evitando che la condizione economica diventi il principale criterio attraverso cui si determina chi può accedere a un quartiere e chi ne rimane escluso.

È qui che la rigenerazione urbana incontra una responsabilità politica fondamentale: migliorare la qualità della città senza trasformare quel miglioramento in un meccanismo di espulsione delle persone che già la abitano.

Una sfida che Modena può decidere di vincere

Non credo che Modena debba aspettare una soluzione nazionale definitiva alla crisi abitativa per cominciare a sperimentare un modello diverso. Possiede competenze professionali, capacità imprenditoriali, istituzioni, università, patrimonio costruito e strumenti di pianificazione che possono diventare le fondamenta di una trasformazione concreta, purché si riesca a costruire una direzione comune e un’organizzazione capace di mantenerla nel tempo.

Proporrei di partire da una ricognizione pubblica e verificabile del fabbisogno abitativo, distinguendo le diverse fasce di domanda e individuando le risorse immobiliari realmente attivabili. Su questa base si potrebbero selezionare alcuni interventi pilota, differenti per dimensione e caratteristiche, attraverso cui sperimentare recupero, conversione, rigenerazione, housing per i lavoratori e nuovi modelli abitativi, misurandone costi, tempi, impatto ambientale e accessibilità economica.

La sperimentazione potrebbe coinvolgere, accanto al Comune e agli operatori dell’abitare sociale, anche imprese interessate a investire in soluzioni residenziali per i propri dipendenti, associazioni economiche, istituti di credito, università e soggetti specializzati nella gestione immobiliare. Non per creare un ulteriore organismo burocratico, ma per costruire una collaborazione nella quale ciascun partecipante contribuisca con competenze, risorse e responsabilità chiaramente definite.

La città potrebbe così costruire progressivamente un proprio modello, anziché affidarsi a soluzioni precostituite, correggendolo sulla base dei risultati e rendendo pubblici tanto i successi quanto le difficoltà incontrate.

Perché la trasformazione urbana non comincia dal cantiere. Comincia dall’organizzazione che deve renderla possibile, dalla capacità di tenere insieme competenze differenti e dalla responsabilità di prendere decisioni che produrranno conseguenze ben oltre la durata di un mandato amministrativo o di un investimento immobiliare.

Questa, in fondo, è la sfida politica che vedo davanti a Modena: dimostrare che una città può continuare a svilupparsi senza consumare indiscriminatamente territorio, può migliorare la qualità del proprio patrimonio senza diventare esclusiva, può attrarre persone e imprese senza perdere identità e può considerare la sostenibilità non come un vincolo alla crescita, ma come la condizione attraverso cui costruire una prosperità più duratura.

Non sarà semplice, perché richiederà scelte, investimenti, compromessi e la disponibilità a mettere in discussione abitudini consolidate. Ma credo sia una sfida realizzabile, proprio perché non richiede di inventare tecnologie impossibili o di immaginare una società ideale. Richiede di utilizzare in modo più intelligente ciò che già possediamo, mettere in relazione competenze che troppo spesso lavorano separatamente e misurare il successo delle nostre decisioni attraverso il valore che riescono a generare nel tempo.

Non dobbiamo scegliere tra una Modena che cresce e una Modena che protegge il proprio territorio. Dobbiamo avere l’ambizione di costruire una Modena capace di fare entrambe le cose, migliorando contemporaneamente la vita delle persone e la salute dell’ecosistema urbano.

Perché il futuro dell’abitare non comincia quando costruiamo una nuova casa.

Comincia quando decidiamo quale vita vogliamo rendere possibile, per chi oggi abita Modena e per chi dovrà poterla abitare domani.

Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

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