L’edificio non è il problema. È la società che è cambiata

L

Continuiamo a progettare edifici sempre più efficienti. Ma la vera trasformazione riguarda le persone che li abitano.

Il 72% degli edifici italiani è stato costruito oltre quarant’anni fa. È un dato che compare spesso quando si parla di patrimonio edilizio, efficientamento energetico o rigenerazione urbana. Lo utilizziamo per descrivere un patrimonio che consuma troppo, che necessita di interventi strutturali, che richiede manutenzione o che non risponde più agli standard prestazionali contemporanei. Tutto vero. Eppure, osservato con un po’ di distanza, quello stesso numero racconta anche qualcosa di diverso. La maggior parte degli edifici nei quali oggi viviamo, lavoriamo e studiamo è stata progettata per una società che, semplicemente, non esiste più.

Nel frattempo sono cambiate le famiglie, è aumentata l’età media della popolazione, sono diminuiti i componenti dei nuclei familiari, il lavoro ha iniziato a uscire dagli uffici, il commercio si è progressivamente spostato online e il tempo che trascorriamo negli spazi costruiti ha assunto significati completamente nuovi. Gli edifici sono rimasti gli stessi. Le persone, invece, sono cambiate profondamente.

Forse, allora, la domanda non è soltanto come riqualificare il patrimonio esistente.

La domanda è se quel patrimonio continui davvero a rispondere alla società di oggi.

Le trasformazioni demografiche che stanno attraversando l’Italia non rappresentano una tendenza futura. Sono una realtà già in atto. Secondo le proiezioni ISTAT, nei prossimi decenni la popolazione diminuirà progressivamente mentre l’età media continuerà ad aumentare. Cresceranno le persone sole, diminuiranno le famiglie numerose e cambieranno le modalità con cui abiteremo gli spazi domestici. Parallelamente, il lavoro continuerà a trasformarsi, rendendo sempre più sfumato il confine tra casa, ufficio e luoghi della socialità.

Questi fenomeni vengono spesso analizzati separatamente. La demografia interessa gli economisti. Il lavoro riguarda le imprese. L’invecchiamento della popolazione diventa materia per i servizi sanitari. La digitalizzazione coinvolge le aziende tecnologiche. Eppure esiste un elemento che attraversa silenziosamente tutte queste trasformazioni: lo spazio costruito.

Ogni cambiamento sociale modifica inevitabilmente il modo in cui utilizziamo gli edifici. Cambiano i tempi, cambiano le funzioni, cambiano le relazioni che si sviluppano al loro interno. È una trasformazione meno evidente rispetto all’innovazione tecnologica, ma molto più profonda. Perché riguarda il significato stesso degli spazi.

Per molti anni abbiamo interpretato l’edificio come un prodotto. Un’opera da progettare, costruire e consegnare. Una volta terminato il cantiere, il suo ciclo sembrava in qualche modo concluso. La qualità del progetto coincideva con la qualità dell’oggetto costruito. Era una visione coerente con un’epoca nella quale i cambiamenti della società procedevano lentamente e gli edifici potevano attraversare decenni mantenendo sostanzialmente immutata la propria funzione.

Oggi questa relazione si è incrinata.

La velocità con cui evolve la società è diventata superiore alla velocità con cui cambiano gli edifici. È qui che nasce una nuova forma di obsolescenza, molto meno visibile di quella energetica o strutturale. Un edificio può essere perfettamente conservato, efficiente, sicuro e tecnologicamente aggiornato, ma risultare comunque incapace di rispondere ai bisogni delle persone che lo abitano. Non perché sia costruito male, ma perché è stato immaginato per un contesto sociale profondamente diverso.

Pensiamo agli uffici. Per decenni sono stati progettati per ospitare un’organizzazione del lavoro stabile, gerarchica e fortemente centralizzata. Oggi molte aziende sperimentano modelli ibridi, spazi condivisi, ambienti flessibili e modalità di collaborazione che pochi anni fa sarebbero sembrate eccezionali. Lo stesso edificio può quindi risultare perfettamente efficiente dal punto di vista energetico e, allo stesso tempo, completamente inadeguato rispetto alle modalità con cui il lavoro si svolge.

Lo stesso accade nelle abitazioni. Case progettate per famiglie numerose vengono oggi occupate da una o due persone. Ambienti pensati per una netta separazione tra vita privata e lavoro ospitano quotidianamente attività professionali. Le esigenze di accessibilità diventano sempre più centrali in una popolazione che invecchia, mentre aumenta la domanda di spazi adattabili a bisogni destinati a cambiare nel corso della vita.

Questa trasformazione modifica anche il ruolo di chi progetta e di chi costruisce.

Per lungo tempo il punto di partenza del progetto è stato l’edificio. Oggi il punto di partenza diventa la comprensione della società. L’architettura, l’ingegneria e le costruzioni non possono più limitarsi a rispondere a una richiesta funzionale. Sono chiamate a interpretare fenomeni che appartengono alla demografia, all’economia, alla sociologia e ai cambiamenti culturali. Il progetto non inizia più dal disegno di uno spazio. Inizia dall’osservazione delle persone che quello spazio saranno chiamate ad abitare.

È un cambiamento sottile, ma decisivo.

Significa riconoscere che la qualità di un edificio non dipende esclusivamente dalle sue prestazioni tecniche, ma dalla sua capacità di continuare a essere utile mentre la società evolve. In questa prospettiva la flessibilità, la trasformabilità e l’adattabilità non rappresentano semplicemente caratteristiche progettuali. Diventano strumenti attraverso i quali gli edifici possono accompagnare il cambiamento invece di subirlo.

Per questo motivo il dibattito sul futuro delle costruzioni non può limitarsi alle tecnologie. Digitalizzazione, intelligenza artificiale, nuovi materiali e processi industrializzati rappresentano opportunità straordinarie, ma acquistano significato soltanto quando vengono orientati verso una domanda più profonda: quale società stiamo progettando?

Forse il vero compito dell’edilizia contemporanea non consiste nel costruire edifici sempre più innovativi. Consiste nel costruire edifici capaci di rimanere contemporanei mentre tutto il resto cambia.

Il problema non è costruire edifici nuovi. È continuare a costruire edifici per una società che non esiste più.

Forse è proprio da questa domanda che dovrebbe ripartire ogni riflessione sul futuro delle costruzioni. Perché gli edifici non anticipano mai il cambiamento. Lo rendono possibile. E la loro qualità non si misura soltanto nel giorno in cui vengono inaugurati, ma nella capacità di continuare a rispondere alle persone che, molti anni dopo, continueranno ad abitarli.

Per lungo tempo abbiamo considerato gli edifici come prodotti. Oggetti da progettare, costruire e consegnare. Una volta terminato il cantiere, il loro compito sembrava esaurirsi nella capacità di funzionare correttamente, garantire sicurezza, durabilità e prestazioni tecniche adeguate. Era una visione coerente con una società relativamente stabile, nella quale i cambiamenti demografici, economici e culturali si sviluppavano nell’arco di generazioni e le destinazioni d’uso degli edifici rimanevano sostanzialmente immutate per decenni.

Oggi questo equilibrio si è spezzato.

La società evolve con una velocità che l’edilizia non ha mai conosciuto. Cambiano le modalità con cui lavoriamo, studiamo, ci curiamo, abitiamo e costruiamo relazioni. Gli edifici, invece, continuano ad avere un ciclo di vita misurato in decenni, quando non in secoli. È proprio nello scarto tra questi due tempi che nasce una nuova forma di obsolescenza. Non quella energetica, non quella strutturale e nemmeno quella tecnologica. Un’obsolescenza culturale.

Un edificio può essere perfettamente conservato, efficiente dal punto di vista energetico e conforme alle normative più recenti, ma risultare comunque inadatto alle esigenze della società contemporanea. Non perché sia stato progettato male, ma perché è stato progettato per rispondere a bisogni che nel frattempo sono cambiati.

Gli esempi sono ovunque. Molti edifici scolastici continuano a riflettere un modello educativo fondato sulla lezione frontale, mentre la didattica sperimenta ambienti collaborativi, flessibili e interdisciplinari. Numerosi uffici sono stati progettati per un’organizzazione del lavoro rigida e gerarchica, ma oggi ospitano realtà che alternano presenza e lavoro da remoto, con spazi utilizzati solo per una parte della settimana. Molte abitazioni, infine, sono nate per famiglie numerose e ruoli domestici molto definiti; oggi vengono vissute da nuclei sempre più piccoli, da persone sole o da famiglie che chiedono spazi capaci di cambiare funzione nel corso della giornata.

In tutti questi casi il problema non è l’edificio in sé.

Il problema è la distanza crescente tra la società che quell’edificio era chiamato a servire e la società che oggi lo utilizza.

Forse è proprio qui che cambia il significato del progetto. Se l’edificio rappresenta una risposta, allora la qualità della risposta dipende inevitabilmente dalla qualità della domanda. Per decenni la domanda è stata prevalentemente tecnica: come costruire edifici più sicuri, più efficienti, più durevoli. Oggi quella domanda diventa prima di tutto sociale: come vivranno le persone? Come cambieranno il lavoro, l’educazione, la salute, la mobilità e le relazioni? Soltanto dopo aver compreso queste trasformazioni sarà possibile progettare edifici realmente capaci di accompagnarle.

In questa prospettiva il progetto smette di essere il punto di partenza della trasformazione e diventa la sua conseguenza. Prima viene la comprensione della società. Poi nasce l’architettura.

Se questa lettura è corretta, allora cambia anche il punto di partenza del progetto.

Per molto tempo abbiamo creduto che progettare significasse trovare la migliore risposta tecnica a un insieme di requisiti funzionali. La qualità di un edificio veniva misurata attraverso la sua sicurezza, la sua efficienza energetica, la qualità dei materiali, la precisione costruttiva e la capacità di rispettare tempi, costi e prestazioni. Tutto questo continua a essere fondamentale. Ma non è più sufficiente.

Il progetto, infatti, non nasce quando si disegna una pianta o si sceglie una tecnologia costruttiva. Nasce molto prima. Nasce nel momento in cui si cerca di comprendere come stanno cambiando le persone.

Ogni trasformazione demografica modifica il modo di abitare. Ogni cambiamento economico ridefinisce il rapporto con il lavoro. Ogni innovazione culturale genera nuove aspettative nei confronti degli spazi che viviamo quotidianamente. Se il progetto non intercetta questi fenomeni, rischia di produrre edifici perfettamente contemporanei dal punto di vista tecnico, ma già superati dal punto di vista sociale.

È forse questa la sfida più importante che il settore delle costruzioni si trova ad affrontare. Non progettare edifici più complessi, ma imparare a leggere una complessità diversa, quella della società.

In questa prospettiva anche il ruolo delle competenze cambia profondamente. L’architettura, l’ingegneria e l’impresa non possono più limitarsi a interpretare una domanda già definita. Sono chiamate, prima ancora, a comprenderne l’evoluzione. Significa osservare la demografia con la stessa attenzione con cui si osserva un dettaglio costruttivo, studiare i cambiamenti del lavoro con lo stesso interesse riservato ai nuovi materiali, comprendere l’evoluzione delle relazioni sociali con la stessa cura dedicata alle prestazioni energetiche.

Perché il futuro delle costruzioni non dipenderà soltanto dalla nostra capacità di progettare edifici migliori.

Dipenderà dalla nostra capacità di comprendere, prima degli altri, per chi quegli edifici dovranno continuare a essere utili.

Il problema non è costruire edifici nuovi. È continuare a costruire edifici per una società che non esiste più.

È una frase che può sembrare provocatoria. In realtà è un invito a spostare lo sguardo. L’edificio rimane il risultato finale del progetto, ma non ne rappresenta più il punto di partenza. Prima viene l’osservazione del cambiamento. Poi la sua interpretazione. Solo allora diventa possibile immaginare spazi capaci non soltanto di rispondere ai bisogni del presente, ma di accompagnare quelli che emergeranno nel tempo.

Forse il futuro delle costruzioni non dipenderà dalla capacità di progettare edifici sempre più sofisticati. Dipenderà dalla capacità di comprendere una società sempre più complessa.

È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il baricentro del progetto. La tecnologia continuerà a evolvere, gli strumenti diventeranno sempre più potenti, l’intelligenza artificiale renderà accessibili competenze che fino a pochi anni fa appartenevano esclusivamente agli specialisti. Tutto questo cambierà profondamente il modo di progettare e costruire. Ma nessuna tecnologia sarà mai in grado di stabilire quali siano i bisogni di una comunità, quale idea di città vogliamo costruire o quale significato attribuire agli spazi nei quali vivremo.

Questa responsabilità continuerà ad appartenere alle persone.

Per questo motivo il valore di un progettista, di un imprenditore o di un manager sarà sempre meno legato alla quantità di competenze tecniche che possiede e sempre più alla capacità di metterle in relazione. Comprendere le trasformazioni demografiche, interpretare i cambiamenti economici, leggere l’evoluzione delle relazioni sociali e tradurre tutto questo in una visione condivisa diventerà parte integrante del progetto stesso. La tecnica continuerà a essere indispensabile. Ma smetterà di rappresentare l’unico elemento distintivo.

Forse è proprio questa la trasformazione più profonda che attende il settore delle costruzioni. Passare da una cultura che mette al centro l’edificio a una cultura che mette al centro le persone. Non perché gli edifici siano meno importanti, ma perché la loro qualità dipenderà sempre più dalla capacità di interpretare la vita che saranno chiamati a ospitare.

In fondo, ogni progetto nasce molto prima del primo disegno.

Nasce nel momento in cui qualcuno riesce a osservare il presente e a immaginare il futuro.

Forse, allora, il futuro delle costruzioni non dipenderà soltanto dalla nostra capacità di realizzare edifici più efficienti, più intelligenti o più sostenibili. Dipenderà, prima ancora, dalla capacità di comprendere la società alla quale quegli edifici saranno destinati. È una responsabilità che riguarda progettisti, imprese, amministrazioni pubbliche e investitori. Perché ogni scelta progettuale è, prima di tutto, un’interpretazione del tempo in cui viviamo.

In fondo, l’architettura ha sempre raccontato la società che l’ha prodotta. Le città che oggi attraversiamo sono il risultato delle esigenze, delle tecnologie e della cultura delle generazioni che ci hanno preceduto. Allo stesso modo, gli edifici che progettiamo oggi racconteranno alle generazioni future quale idea di società avevamo immaginato.

Forse è proprio questa la domanda dalla quale dovrebbe ripartire il settore delle costruzioni.

Non quali edifici costruire, ma per quale società stiamo progettando.

Perché ogni edificio nasce due volte. La prima nella capacità di comprendere il cambiamento, la seconda nel progetto che gli dà forma.

Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

Commenta

Categorie

Archivi