Il primo progetto non è l’edificio: perché ogni opera comincia dall’organizzazione che la renderà possibile

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La parola progetto accompagna ogni giorno il lavoro di chi opera nella filiera delle costruzioni. La utilizziamo con tale naturalezza da avere quasi smesso di interrogarci sul suo significato. Quando parliamo di un progetto immaginiamo tavole, relazioni, modelli, calcoli, capitolati, dettagli costruttivi. Pensiamo all’architettura che prende forma, alla struttura che viene dimensionata, agli impianti che vengono coordinati. In altre parole, immaginiamo tutto ciò che permette a un’idea di diventare costruibile.

È una definizione che nessuno metterebbe in discussione. Eppure, proprio perché è così radicata, rischia di nascondere una parte essenziale della realtà. Ogni volta che un edificio viene completato siamo portati a riconoscere il progetto che gli ha dato forma, ma quasi mai quello che lo ha reso possibile. Osserviamo il risultato di un processo senza accorgerci che, prima ancora della progettazione tecnica, è esistita un’altra progettazione, silenziosa e quasi invisibile, dalla quale è dipesa la possibilità stessa di arrivare a quel risultato.

Prima che venga tracciata una linea, qualcuno ha già definito lo scopo dell’intervento. Sono stati individuati gli obiettivi da raggiungere, le competenze da coinvolgere, le responsabilità da assumere, le modalità con cui verranno prese le decisioni e condivise le informazioni. Si sono costruite relazioni tra persone che ancora non lavorano insieme, si sono composti interessi differenti, si è immaginato il percorso attraverso il quale una visione potrà attraversare la complessità senza smarrire la propria coerenza. Nulla di tutto questo compare normalmente negli elaborati progettuali. Eppure, senza questo lavoro preliminare, nessun elaborato sarebbe sufficiente a trasformarsi in un’opera costruita.

Forse è proprio qui che il significato della parola progetto comincia a cambiare. Per lungo tempo abbiamo pensato che progettare significasse anticipare la forma di un edificio. Oggi ci accorgiamo che quella forma rappresenta soltanto una parte del progetto. Prima ancora di organizzare gli spazi, occorre organizzare il processo che permetterà a quegli spazi di esistere. Prima ancora di coordinare strutture, impianti e architettura, occorre costruire il sistema che consentirà a competenze diverse di prendere decisioni coerenti, di affrontare i conflitti inevitabili e di procedere nella stessa direzione.

Le riflessioni sviluppate nei due articoli precedenti conducono naturalmente a questo passaggio. Se i problemi non nascono nel cantiere, ma nella trama di decisioni che precede il cantiere, e se la complessità non deriva principalmente dalla tecnica, ma dall’intensità delle relazioni che ogni decisione è chiamata a governare, allora diventa difficile continuare a pensare che il progetto coincida esclusivamente con ciò che verrà costruito. Esiste un progetto ancora più profondo, che non descrive l’opera, ma il sistema che dovrà renderla possibile.

Forse il vero equivoco non riguarda il modo in cui progettiamo gli edifici.

Riguarda il modo in cui abbiamo imparato a definire la parola progetto.

Ogni progetto, indipendentemente dalla sua dimensione o dalla sua complessità, attraversa un momento nel quale le decisioni iniziano a prendere il posto delle idee. È il passaggio in cui una visione smette di appartenere soltanto a chi l’ha immaginata e diventa patrimonio di una pluralità di persone chiamate a trasformarla in realtà. Da quel momento in avanti il successo dell’intervento non dipende più esclusivamente dalla qualità della soluzione progettuale, ma dalla capacità del sistema di conservarne il significato mentre attraversa decine, talvolta centinaia, di decisioni differenti.

È proprio in questo passaggio che emerge un progetto del quale parliamo raramente. Non descrive muri, strutture o impianti. Descrive il modo in cui le persone lavoreranno insieme. Definisce chi dovrà assumere determinate responsabilità, come verranno condivise le informazioni, quale spazio avranno il confronto, il conflitto e la sintesi, quali decisioni potranno essere prese autonomamente e quali richiederanno una visione più ampia. In altre parole, costruisce il sistema attraverso il quale un’idea potrà rimanere riconoscibile fino al momento in cui diventerà un’opera.

Come ogni progetto, parte da un obiettivo, individua vincoli, prevede scenari, anticipa criticità e costruisce condizioni affinché il risultato desiderato possa realmente essere raggiunto. La differenza è che il suo oggetto non è lo spazio fisico, ma lo spazio relazionale entro il quale prenderanno forma tutte le decisioni successive. Il progetto architettonico organizza lo spazio. Questo progetto organizza le possibilità perché quello spazio possa esistere.

Per lungo tempo abbiamo ritenuto che questa dimensione potesse svilupparsi spontaneamente. Era una convinzione comprensibile. In una filiera meno articolata, nella quale le relazioni erano relativamente semplici e il numero delle variabili più contenuto, una parte significativa del coordinamento nasceva naturalmente dall’esperienza delle persone coinvolte. Oggi, però, quel presupposto non è più sufficiente. L’intensità delle relazioni che caratterizza le opere contemporanee rende impossibile affidare al caso ciò che determina la qualità dell’intero processo.

Basta osservare due interventi apparentemente simili. Entrambi dispongono di professionisti competenti, imprese qualificate, committenze attente e risorse economiche adeguate. Eppure uno attraversa il proprio percorso mantenendo una direzione chiara, affrontando gli imprevisti senza perdere coerenza e trasformando la complessità in una leva di qualità. L’altro procede attraverso continue correzioni, decisioni assunte in condizioni di urgenza, informazioni che faticano a circolare e responsabilità che si ridefiniscono continuamente. Alla fine potrebbero perfino generare edifici simili. Ciò che li distingue non è la qualità delle competenze. È la qualità del progetto invisibile che ha governato il loro modo di collaborare.

Forse è proprio questo il punto nel quale siamo chiamati a cambiare linguaggio. Ciò che abbiamo sempre chiamato organizzazione non è altro che un progetto al quale, per molto tempo, abbiamo attribuito il nome sbagliato. Come ogni progetto, nasce da un’intenzione, costruisce una struttura, anticipa il futuro, orienta le decisioni e rende possibile un risultato che, senza di esso, non potrebbe essere raggiunto.

È per questa ragione che credo sia necessario compiere un passaggio culturale prima ancora che metodologico. Finché continueremo a considerare l’organizzazione come una funzione di supporto, continueremo inevitabilmente a progettarla dopo. Quando, invece, inizieremo a riconoscerla come il primo progetto di ogni intervento, cambierà anche il modo in cui guardiamo all’intera filiera. Perché non sarà più l’organizzazione ad accompagnare il progetto.

Sarà il progetto architettonico, strutturale e impiantistico a svilupparsi all’interno di un progetto ancora più grande, quello che costruisce le condizioni affinché ogni competenza possa esprimere pienamente il proprio valore.

Ed è forse qui che il significato della parola progettazione raggiunge finalmente la sua forma più completa. Progettare non significa soltanto immaginare ciò che costruiremo. Significa immaginare il sistema capace di rendere possibile quella costruzione.

Siamo partiti da una parola che utilizziamo ogni giorno e che, proprio per questo, avevamo forse smesso di osservare con attenzione. Abbiamo sempre identificato il progetto con ciò che descrive un’opera: gli spazi, le strutture, gli impianti, i dettagli costruttivi. Nel corso di questa riflessione, però, è emersa una prospettiva diversa. Prima ancora che un edificio possa essere rappresentato, deve esistere un sistema capace di trasformare una visione in una sequenza coerente di decisioni. È lì che, in realtà, ogni opera comincia.

Per molti anni abbiamo considerato quella dimensione come un elemento di supporto, qualcosa destinato ad accompagnare la progettazione tecnica senza appartenervi realmente. Oggi ci accorgiamo che è vero il contrario. Le relazioni, le responsabilità, i processi decisionali e le modalità attraverso cui competenze differenti imparano a lavorare insieme non costituiscono la cornice del progetto. Ne rappresentano il fondamento. Senza di essi, anche la migliore soluzione tecnica rischia di perdere progressivamente la propria coerenza; con essi, invece, la complessità diventa una condizione che può essere governata anziché subita.

Accettare questa prospettiva significa attribuire alla progettazione un significato più ampio e, forse, più autentico. Progettare non significa soltanto immaginare ciò che costruiremo. Significa immaginare le condizioni che renderanno possibile costruirlo, mantenendo nel tempo un’unica direzione nonostante il moltiplicarsi delle decisioni, delle relazioni e delle inevitabili trasformazioni che ogni intervento attraversa. In questo senso, ogni edificio racconta sempre due storie: quella che prende forma nello spazio e quella, molto meno visibile, che prende forma nelle persone, nelle loro responsabilità e nella qualità del sistema che le unisce.

Forse è proprio questa la trasformazione culturale che oggi la filiera delle costruzioni è chiamata a compiere. Per decenni abbiamo progettato opere sempre più sofisticate, senza dedicare la stessa intenzionalità al progetto del sistema che avrebbe dovuto realizzarle. Eppure è proprio in quel progetto invisibile che si costruisce, molto prima dell’apertura del cantiere, la possibilità che un’idea attraversi la complessità senza perdere il proprio significato.

Riconoscere che il primo progetto non è l’edificio non conclude la riflessione. Al contrario, è da questa consapevolezza che prende avvio il passaggio successivo: comprendere che ogni progetto, per rimanere fedele alla propria visione, deve conservare nel tempo la coerenza delle decisioni che lo rendono possibile.

Per continuare la riflessione

Questo articolo propone una diversa interpretazione del concetto di progetto, inteso come il sistema che rende possibile la realizzazione di un’opera. In IMPRONTE #1 – Il management nelle costruzioni, questa prospettiva costituisce uno dei presupposti della riflessione sul ruolo dell’organizzazione, dei processi decisionali e del management nella filiera delle costruzioni.

Scarica IMPRONTE #1

Chi è l'autore

Lapo Secciani

Sono un imprenditore, un manager e un creativo.
Non seguo gli schemi: li rompo.
Credo nelle persone, nel loro talento e nella loro unicità.
Il mio lavoro e le mie competenze tendono a far emergere il valore delle aziende e delle persone, disegno strade inesplorate e così genero valore: per le persone, per la comunità, per l’ambiente e per le aziende.
Mi ispiro a due modelli: Sergio Marchionne e Adriano Olivetti.

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